Roma senza papa

E così abbiamo visto Roma. Non solo l’ospitalità dei romani verso i milioni di pellegrini che in questi giorni hanno reso omaggio alla salma del successore di Pietro. E non solo le chiese i palazzi le piazze i ponti le strade nelle quali i pellegrini si sono riversati, e che il mondo intero ci invidia. No, di Roma abbiamo visto anche e soprattutto la cattolicità, nel senso letterale del termine: katholon vuol dire infatti universale, e davvero le telecamere poste sopra la cupola di San Pietro pareva volessero mostrarci che orbis in urbe iacet: il mondo intero giace nella città di Roma. Il colonnato del Bernini teneva insieme il rouge dei porporati e il noir delle autorità civili, mentre l’umanità intera scommetteva che l’uomo, chiuso in una bara, non è nulla.
In un fortunato e famoso libro, il filosofo Remi Brague ha sostenuto che l’essenza della romanità consiste nel suo carattere di “secondarietà”. Roma viene dopo Atene e Gerusalemme, dopo la filosofia e la religione, e ne trasmette l’eredità al mondo. Il suo simbolo è l’acquedotto, ciò che porta e conduce: Roma è ciò che porta per le vie del mondo quel che riceve in eredità dalla ragione filosofica dei greci e dalla parola profetica del popolo ebraico. Roma sono le strade e il diritto: il senso di una marcia, e il senso in marcia – e, a proposito di marce, non dimentichiamo che Roma sono anche i milites che quelle strade hanno per secoli calcato: Roma è anche l’Impero, e ogni volta che risorge un’idea di Impero, Roma anche risorge. Quanto al Papa “venuto da lontano” è arrivato a Roma non per stabilirvisi soltanto, ma per cominciare di lì il suo viaggio per il mondo. E questa è Roma: non è certo la tenda ebraica piantata in esilio nel deserto, ma non è nemmeno una città fortificatasi nella cerchia esclusiva delle proprie mura. Roma è caput mundi, centro del mondo. E quel centro è un incrocio di vie.
Bene, ora che abbiamo celebrato abbastanza la grandezza capitolina, possiamo anche chiederci se veramente in questi giorni Roma si è fatta per intero erede della nostra tradizione. Barbara Spinelli, sulla Stampa, ha scritto che il Papa polacco ha saputo accostare persino nella morte Gerusalemme e Roma, cultura religiosa e cultura classica, san Paolo e Orazio: le parole del servo di Cristo nella prima ai Corinzi: “Muoio ogni giorno”; e i versi immortali del poeta Orazio: “Non morirò del tutto”. In un chiasmo singolare, la parabola finale di Karol Wojtyla pare davvero avere eretto un monumento aere perennius alla mortale fragilità dell’uomo.
Ma Atene? Dov’è l’Atene dei filosofi? Dove stavano i filosofi, mentre milioni di pellegrini pregavano in piazza, e gridavano: “Santo, santo”? E dove sono oggi i filosofi, mentre già si preparano i dossier su inspiegabili guarigioni, e la parola miracolo viene usata con una disinvoltura sorprendente e con la stessa ammirazione, mi si perdoni l’accostamento, con cui si annunzia un nuovo record sportivo. Tutto, in verità, sembra essere sotto il segno del record, del “mai prima d’ora”. Mai prima d’ora tanta gente in piazza, mai tanta commozione, mai tanta attenzione da parte del mondo credente e non credente, mai tante ore di televisione e pagine di giornali (quanto al papa che verrà, siamo certi sin d’ora che avrà anche lui i suoi “mai prima d’ora”: sarà l’età, il colore della pelle, la provenienza geografica, ma vedrete che un “mai prima d’ora” lo si riuscirà a trovare).
Ma Atene dov’è? Dov’è la filosofia, la cui dimensione non è il “mai prima d’ora” ma al contrario il “già da sempre”: che consente anch’esso ammirazione, ma insieme un lieve distacco dagli affanni dei mortali, un sereno disincanto e uno sguardo meno commosso? Certo è vero, lo abbiamo anche scritto, che appartiene alla filosofia la domanda circa il senso della morte, ma significa questo che non c’è senso (o non senso) che non si tempri nell’ora angosciosa della morte? Certo, lo spirito aleggia mentre si celebrano i riti di sepoltura, ma questo comporta che non vi sia altra spiritualità che non sia quella religiosa? Forse no. E forse cercare una piccola piazza dove conversare pacatamente come nell’antica Atene, invece di confluire nell’enorme adunanza di San Pietro, dove pensare invece che pregare, varrà a serbare un lato della nostra eredità che i grandi numeri “mai registratisi prima d’ora” rischiano di travolgere. O di mettere in una posizione ancillare che, potrà piacere o meno, riesce piuttosto contraddittoria con l’idea stessa di filosofia.

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