Downing Street

Il percorso che ha portato per la terza volta Tony Blair a Downing Street, primo caso nella storia del Partito laburista, da molti è stato giudicato un sentiero declinante, che inesorabilmente corre verso l’uscita di scena. E così è stato interpretato anche in Italia quel magro 36 per cento (dal 41 ottenuto nel 2001), con l’eccezione del principale quotidiano del nostro paese, che apriva sabato la sua prima pagina con il singolare titolo: “Blair divide il centrosinistra italiano”. Un’idea della gerarchia delle notizie che nemmeno l’Indipendente ai tempi di Gianfranco Funari e che meriterebbe un discorso a parte.
Dopo oltre un decennio di cura thatcheriana, l’aureo principio che la società non esiste e che esistono solo gli individui aveva lasciato nel 1997 molti individui ai limiti della sopravvivenza: non si trattava solo di diseguaglianza, ma di indici di povertà tra i più alti in Europa, accompagnati dalla decadenza del sistema sanitario e dal degrado della pubblica istruzione, mentre il conflitto irlandese continuava a insanguinare il paese. La Gran Bretagna di oggi con la pace di Belfast, la crescita impetuosa dell’economia e dell’occupazione, con una potente opera di redistribuzione delle risorse e massicci investimenti in sanità e scuola, ma anche il fortissimo impulso alla ricerca sulle cellule staminali, rappresenta quanto di meglio qualsiasi politica progressista possa aspirare a fare nel corso della sua azione di governo. Solo una sinistra cieca e inconsapevole di se stessa e della propria missione potrebbe dunque accodarsi al coro degli ideologi della nuova destra, intenti a dipingere Tony Blair come il fortunato erede del tesoro accumulato dai conservatori. Qui abbiamo già ricordato, al contrario, come le linee essenziali del nuovo modello socialdemocratico rappresentato dal Primo ministro britannico siano le stesse che ispirano un altro giovane capo di governo europeo che molto ha fatto discutere in Italia: il presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero (vedi qui).
Il relativo declino di Tony Blair resta legato al grande inganno sulle armi di distruzione di massa, unica giustificazione addotta da lui e dagli stessi Stati Uniti per la guerra irachena, non a caso definita come atto di difesa preventiva. L’inconsistenza della propaganda neoconservatrice tesa oggi a negare ogni importanza a questo aspetto allora annunciato come il nuovo vangelo, non toglie forza però alle parole del presidente Bush sulla lotta contro la tirannia e per la libertà dei popoli, pronunciate in questi giorni anche ai confini della Russia di Putin. Il duplice insegnamento della declinante vittoria di Tony Blair è dunque da un lato che il liberismo thatcheriano non si combatte con le politiche stataliste degli anni settanta, ma può essere superato soltanto da un’azione di governo che punti alla modernizzazione e alla redistribuzione della ricchezza attraverso una politica di sviluppo attenta al mercato; dall’altro, che ai fautori dell’esportazione selettiva e manu militari della democrazia non si può certo rispondere con le tesi di una inverosimile sinistra neocon (finzione retorica degna dei fogli di propaganda bellica), ma nemmeno con una sorta di protezionismo democratico, che chiuda l’Europa in un regime separato e autarchico in cui i diritti universali dell’uomo siano una sorta di eccezione culturale da tutelare e custodire gelosamente. Perché il solo autentico tradimento dei principi del socialismo europeo sarebbe vedere nascere, un trentennio dopo i cupi anni settanta, una sinistra kissingeriana.

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