La vera malattia dell’Italia

In un saggio di qualche anno fa, Giorgio Agamben si interrogava intorno alla decisione, così fondamentale per la cultura italiana, di “abbandonare il progetto poetico «tragico» per un poema «comico»”. A prendere questa decisione fu com’è noto Dante, che lo annunciò in una celebre lettera a Cangrande con queste parole: Incipit comoedia Dantis Alagherii florentini natione non moribus (comincia la commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi). Che una simile decisione non fosse affatto ovvia lo dimostra, secondo Agamben, anzitutto l’incomprensione in cui il titolo cadde già pochi anni dopo la morte del poeta. Che questa decisione fosse poi gravida di conseguenze per la formazione del “carattere” degli italiani lo mostra il fatto che l’esperienza del tragico è rimasta esclusa dal novero delle forme politiche e culturali, artistiche e filosofiche in cui gli italiani si sono formati come nazione. A differenza delle altre tradizioni europee, che hanno riconosciuto nel tragico una categoria fondamentale dell’estetica, dell’etica, della politica e finanche della religione, gli italiani paiono essere un popolo senza tragedia. E anche quando ci finiscono dentro, pare vogliano fare di tutto per non riconoscerla. In un breve studio sull’immarcescibile mito degli italiani “brava gente”, a proposito di antisemitismo e legislazione razziale, David Bidussa si domandava ad esempio come mai “tutti noi italiani investiamo una quantità non indifferente delle nostre energie intellettuali ed emozionali nel dire che non è vero o, in subordine, nell’affermare che, se si produsse una legislazione razzista, non ci fu mai un italiano razzista”.
Già: come mai? Forse una risposta è proprio nella scelta di Dante per la comoedia. Agamben notava che tale scelta implica “una presa di posizione rispetto a una questione essenziale: la colpevolezza o l’innocenza dell’uomo di fronte alla giustizia divina”. Scegliere il tragico significa costruire i grandi conflitti esistenziali e i più spinosi dilemmi etici nella forma della colpevolezza del giusto: è questa che innesca la tragedia. Risolversi invece per il comico significa pensare la condizione umana nella forma della giustificazione del colpevole. Mentre l’eroe tragico sopporta il peso di una responsabilità che supera persino le sue colpe personali, il personaggio della commedia è liberato persino dal peso delle sue proprie colpe. In una cornice cristiana, la concezione tragica poteva sopravvivere solo insieme al senso spiccato di una colpa non personale, ma radicata nella natura umana: il peccato originale. Il peccato originale è il concetto più resistente a una traduzione moralistica (ed è infatti tra tutti i teologumenii il meno presente nella coscienza degli italiani, certo molto meno presente del dogma dell’immacolata concezione di Maria). Il peccato originale trascende la sfera personale, pur corrompendo la natura umana. Ma Dante, continuava Agamben, ha lasciato in eredità alla cultura italiana una creatura scissa non fra natura macchiata dalla colpa e persona innocente, bensì “fra natura innocente e persona colpevole”, di modo che la colpa non fosse mai così radicata nel profondo della natura umana da non poter esser tolta. Con vergognosa fronte, certo: ma tolta. Quanto all’eroe tragico, lui non si vergogna, perché non ha nulla di cui vergognarsi: è colpevole, ma giusto. Il personaggio comico, al contrario, è colpevole, ma al fondo innocente, e dunque non deve celare le proprie vergogne.
Ora, il rapporto degli italiani con la vergogna sarebbe un capitolo da studiarsi con la massima attenzione, e forse pronto a riservarci delle sorprese. Con prudenza, certo, poiché ogni ricerca intorno all’ideologia e al carattere di una nazione, alla sua fisionomia civile e pubblica, alla formazione dei suoi “luoghi comuni”, comporta ovviamente una buona dose di semplificazione (e il rischio di caderci, in quei luoghi comuni). Ma certo la banalizzazione del sentimento della vergogna nei costumi degli italiani ha un che di “comico” – di antitragico. Gli italiani riescono simpatici e invadenti, e l’una e l’altra cosa perché di vergogna paiono averne ben poca. Non è un caso se Mike Bongiorno, per il quale qualcuno pensa a uno scranno di senatore a vita, sia passato alla storia del costume nazionale per le sue gaffe (e nella Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco sottolineava il fatto che il presentatore non dava mai mostra di vergognarsi di essere ignorante). Ed è ancora per questo che riesce così facile in Italia (solo per fare un altro piccolo esempio) parlare della politica in termini calcistici, o del calcio in termini politici: nell’uno e nell’altro caso, non se ne ha vergogna. Così come non si ha vergogna dei giri di valzer cui ci ha abituati la politica trasformistica delle classi dirigenti italiane, né a buttarla sul ridere coi Grandi della terra.
Un’ultima cosa però: Florentini natione, non moribus, scriveva Dante nella lettera, mostrando l’altro lato del nostro rapporto con la nostra identità: l’essere sdegnosamente anti-italiani. Lato opposto ma speculare, col quale ci si rifiuta di abitare il luogo comune, ma anche, ahimè, di cambiarlo.

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