Coraggio e incoscienza di Jonah

Sono passati dieci anni da quando Jonah Lomu è entrato nella storia dello sport. Il 18 giugno 1995 la Nuova Zelanda si giocava l’ingresso nella finale di Coppa del mondo di rugby contro l’Inghilterra, Lomu era un ragazzo di vent’anni alla sua sesta partita con gli All Blacks. Segnò quattro mete, due nei sette minuti iniziali, la prima letteralmente camminando sopra il malcapitato Mike Catt. Il giorno dopo era diventato il fenomeno del torneo, il distruttore nero, il colosso di 117 chilogrammi per quasi due metri di altezza che aveva brutalizzato gli inglesi. La sua squadra l’aveva poi persa, la finale, ma Jonah Lomu era il giocatore di rugby più famoso e riconoscibile al mondo.
Rimase tale, tra gli alti e i bassi di una qualunque carriera, fino alla fine del duemiladue, quando la sindrome nefritica che lo minava e che si era manifestata per la prima volta nel ’96, lo costrinse a interrompere l’attività. Poi vennero la rinuncia alla coppa del mondo del 2003, la dialisi, infine un trapianto di rene. Una carriera finita, avrebbe detto chiunque. Ma sabato scorso, un anno dopo il trapianto, due dopo la sua ultima apparizione, Jonah Lomu era di nuovo su un campo da rugby, come giocatore. Seduto in tribuna a guardarlo, assieme ad altre quarantamila persone, c’era Grant Kereama, il conduttore radiofonico di Wellington che gli ha donato il rene nuovo. Ha perfino segnato una meta, alla fine del primo tempo, lussandosi una spalla e dovendo quindi guardare la ripresa dalla panchina.
Quella di sabato era solo un’esibizione, organizzata per celebrare l’addio al rugby di Martin Johnson, ma Lomu fa sul serio. Lo scorso aprile ha firmato un contratto di due anni con il North Harbour, un club neozelandese di premier division, e il suo obiettivo dichiarato è la prossima Coppa del mondo, tra due anni in Francia. E’ difficile dire se per fare ciò che sta tentando Lomu ci voglia più coraggio o caparbia incoscienza, ed è impossibile valutare se l’obiettivo che Lomu si propone sia raggiungibile. Di sicuro, fino a sabato anche il solo rivederlo in campo sembrava impossibile.

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