La flexicurity scandinava

In un recente viaggio in Danimarca e Svezia che mi è stato chiesto di organizzare per alcuni rappresentanti del centrosinistra ho potuto constatare come la ricerca di soluzioni avanzate nel campo del welfare sia presente almeno quanto le complicate alchimie organizzative. Grazie a Peter Palshøj della Samak, organizzazione di cooperazione della socialdemocrazia nordica, Tiziano Treu, Cesare Damiano e Paolo Ferrero (responsabili di sindacato e mercato del lavoro per Margherita, Ds e Prc) hanno avuto modo di operare in quei due paesi un approfondito giro d’orizzonte. Esso ha coinvolto leader sindacali, studiosi, esperti di welfare, leader politici, uffici del mercato del lavoro, operatori della formazione, casse assicurative, organizzazioni studentesche e le autorità regionali transfrontaliere del Sund. Uno studio approfondito da cui si torna con risultati importanti, tanto nuovi per la situazione italiana da risultare quasi controintuitivi.
Innanzi tutto è emerso con chiarezza come il massimo di flessibilità in entrata e uscita dei lavoratori dalle aziende possa essere difeso dal sindacato. Basta che il sistema assicurativo sulla disoccupazione garantisca i periodi di non lavoro. E specialmente nel caso della Danimarca, è emerso anche che le parti datoriali possono ben accollarsi una fiscalità elevata. E’ sufficiente che poi le prestazioni assicurative vengano severamente legate a una formazione continua (ma anche a metodi concertativi come la cogestione tripartita e decentrata sindacato-confindustria-poteri locali degli uffici del lavoro regionali) e che a sua volta la formazione continua venga finanziata con percentuali fino al 4% del bilancio pubblico. Non a caso nessun governo di centrodestra scandinavo è mai riuscito in imprese alla Thatcher.
Questo scambio ampio fra flessibilità, garanzie e investimento nell’economia della conoscenza è il segreto di un welfare state di successo, detto flexicurity scandinava. E’ il terreno su cui deve avanzare ogni economia aperta, con poche risorse naturali, con poche multinazionali e con un mercato finanziario lontano dal poter fornire quel doping da capitali su cui può contare New York (per non dire dei deficit gemelli permessi dal dollaro) e in parte anche Londra. Le previsioni di crescita dei prossimi anni dei paesi nordici sono collocate fra il 2 e il 3%, e i tassi di disoccupazione tra il 5 e il 7% (ma l’occupazione è di alta qualità, e i tassi di occupazione, maschile e femminile sono dell’80%). Tutto questo nonostante essi abbiano i principali sbocchi di export nelle grandi economie dalla domanda boccheggiante di Eurolandia. Se la Germania tornasse a essere un mercato interessante, oltre che un successo nelle esportazioni, quei tassi decollerebbero ulteriormente.
Del mercato attivo del lavoro che abbiamo sommariamente tratteggiato, in realtà, i riconosciuti maestri sono gli svedesi, che l’hanno applicato fin dagli anni Cinquanta, con il piano Rehn-Meidner. Fin da allora politica monetaria, fiscale, welfare, edilizia pubblica e mercato del lavoro hanno provveduto a favorire le produzioni ad alto tasso di conoscenza, assicurando che ogni anno masse di lavoratori cambiassero attività, città e settore produttivo. Oggi, però, è in Danimarca che la flexicurity trova la sua applicazione più avanzata e forse la più adatta al nostro contesto di piccole e medie aziende. Tra di esse, non a caso, raccoglie in Danimarca un largo consenso questo sistema in cui convergono le indennità di assicurazione (che dopo pochi mesi diventano erogabili solo seguendo corsi o apprendistati di decine di ore settimanali) e il controllo occhiuto degli uffici del lavoro codiretti da confindustria e sindacati (il consiglio di gestione di ogni ufficio è composto da 7 sindacalisti, 7 imprenditori, 7 rappresentanti delle municipalità). Tale consenso, che addirittura spesso si contrappone a certe iniziative centralizzatrici del governo di centrodestra di Copenaghen, è facilmente spiegabile. Mai, senza la flexicurity, aziende medio-piccole potrebbero permettersi un tale livello di manodopera qualificata, un monitoraggio costante e ad ampio raggio delle specificità tendenziali necessarie, un accesso facile a banche-dati onnicomprensive, contenenti i profili di lavoratori di interi distretti industriali. E mai potrebbero contare su congegni come la job-rotation, cioè su sistemi che in congiunture particolari permettono alle aziende di formare manodopera a spese del sistema mentre i dipendenti in attività formativa vengono sostituiti da disoccupati percettori di indennità di disoccupazione a costo zero per l’azienda. E’ spesso così che si determina un circolo virtuoso fra volontà dei sindacati di tenere attivi i loro affiliati, volontà delle aziende di ristrutturare senza conflittualità e senza traumi, e volontà comune di salire la scala delle produzioni ad alto valore aggiunto. Perché è poi così che è finanziabile il sistema di welfare alla base di tutto ciò.
Una situazione assai simile, sia chiaro, abbiamo trovato anche nella vicina Svezia. Qui, però, una tradizione di scontro ideologico relativamente più forte comporta una minore concertazione dal lato confindustriale, e una minore disponibilità alla flessibilità del lavoro da parte sindacale. Esiste, per esempio, una minore disponibilità a sostituire, mettendola a carico delle casse malattia, la manodopera lungamente assente. E su questo punto la socialdemocrazia al governo è sotto attacco e in palese difficoltà. Detto ciò, le istituzioni e i congegni della flexicurity sono assai ben oliati anche in Svezia. Dove è possibile visitare una vera e propria città della formazione, Lernia, gestita da un’azienda privata cui gli uffici del lavoro pubblici affidano il riaddestramento dei disoccupati. Abbiamo visto ex-operai diventare programmatori, e istruttori provenienti da Panama ed ex-Jugoslavia impartire corsi di quaranta settimane piene ad allievi di ogni tipo: svedesi ultracinquantenni o giovanissimi, donne asiatiche o rifugiati islamici. Jörgen Aal Flood, responsabile di Lernia, ci ha spiegato cosa chiede l’ufficio del lavoro pubblico di Malmö in cambio dell’appalto formativo concesso alla sua azienda: che il 70% medio degli allievi finito il corso trovi lavoro entro nove mesi. Certo, nemico di Lernia, come degli uffici del lavoro, è il lavoro nero, che tende a reclutare diversamente e al ribasso i propri dipendenti. E che sottrae a questo sistema di welfare-mix le risorse di cui Lernia vive. Ma nemica del lavoro nero è a sua volta la lunga e impegnativa permanenza (di livello parauniversitario) dei disoccupati nelle aule di Lernia, se è sostenuta dalle prestazioni del welfare. Jörgen Aal Flood lo sottolinea in ogni modo: “Lo diciamo sempre ai sindacati edili, che tendono a limitare il numero annuale degli allievi che noi formiamo nel loro ramo: così pensate di proteggere i vostri iscritti, ma alimentate solo il lavoro nero che importa manodopera illegale e abbassa le vostre paghe”. Non a caso l’economia informale svedese è limitata al 5%. E si concentra proprio nelle costruzioni. Il welfare nemico del lavoro nero: un’altra realtà da noi controintuitiva. Da far diventare programma riformista.

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