Lullaby To Paralize

La cosa più ovvia da dire su “Lullaby To Paralize” (’04) dei Queens Of The Stone Age è che si sente la mancanza di Nick Oliveri; una banalità, però, che non inficia la fondatezza della sensazione. Si è parlato molto, negli scorsi mesi, della rottura tra i due pilastri fondatori dei QOTSA: dissidi di natura più privata che artistica hanno logorato la lunga amicizia (si conoscono sin da bambini) tra Josh Homme e Oliveri, con l’aggravante dell’inevitabile ridda di pettegolezzi. Quali che siano stati i reali motivi del licenziamento del bassista, il passaparola mediatico ha finito con l’assegnare al rosso chitarrista il ruolo del cinico pronto a scaricare il piantagrane di talento; mentre il corpulento Nick ha aggiunto il tassello della vittima alla propria leggenda, a controbilanciare i guai combinati.
Anche lo scambio diretto di accuse nei rispettivi siti web ha contribuito ad aumentare la confusione; in ogni caso, la storia del rock (e non solo) dovrebbe avere insegnato che, in questi casi, la verità non è interamente nota nemmeno agli interessati e che l’ambiente gioca da terzo incomodo. Rimane il sincero dispiacere che un sodalizio umano prima e artistico poi si sia incrinato; così come dispiace che sullo sfondo si aggirino spettri di natura chimica (acido, Oliveri ha intitolato il secondo cd dei suoi Mondo Generator “A Drug Problem That Never Existed”. Il primo era “Cocaine Rodeo”).
Date le circostanze, l’attesa per “Lullaby” è cresciuta di pari passo con la tentazione, al di là del risultato effettivo, di constatare la mancanza del corposo, implacabile apporto di Oliveri; ma ribadito che nella banalità giace un granello di verità, si può andare oltre e apprezzare quello che è un buon album, il cui difetto principale, magari, è solo l’essere di qualità inferiore ai precedenti. Raccolto il testimone dai leggendari Kyuss dei quali sia Homme che Oliveri erano membri originari, i QOTSA esordiscono nel ’98 dopo alcuni ep (le “Gamma Ray Sessions” nelle quali si alternano musicisti del giro Desert Session-Screaming Trees-Soundgarden); il sound è ancora il compatto stoner-blues dei Kyuss ma la band inizia a distaccarsi dalla cospicua eredità di cui pure è titolare. I successivi “R” (’00) e “Songs For The Deaf” (’02) procedono in questa direzione, senza troppo cedere in tensione e durezza: non è un caso se l’innesto di Dave Grohl in “Songs…” da un lato conferisce un tono Foo Fighter, ma dall’altro fa da detonatore al gruppo che raggiunge qui anche un notevole successo commerciale. Con “Lullaby”, Homme sceglie di aggiungere un taglio più crepuscolare e intimista alla miscela delle composizioni: lo aiuta nel tentativo una line-up guidata dalla roca voce di Mark Lanegan e che include il chitarrista Troy Van Leeuwen (in licenza dagli A Perfect Circle), il nuovo bassista Dan Gruff e il solido Joey Castillo alla batteria (guest star Billy “ZZ Top” Gibbons in “Burn The Witch”). Per i motivi già esposti, il tentativo non appare del tutto riuscito: si avverte una certa cerebralità laddove i QOTSA si erano sempre distinti per l’immediatezza. Un peccato veniale, ma anche un piccolo campanello d’allarme per un gruppo che trae origine e ispirazione dal rovente e immoto deserto; come se d’improvviso fossero spuntate delle bellissime palme. Di plastica, però.

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