Lettera – Indianapolis e l’Europa

Il Gran Premio di Formula uno degli Stati Uniti, che sei vetture hanno corso nell’ovale ritagliato di Indianapolis, è stato la prosecuzione naturale del Consiglio dei ministri europei che il venerdì precedente non era riuscito ad approvare neppure il bilancio dell’Ue, cioè i conti della spesa. Chissà se la politica estera americana, già di suo diffidente verso la vecchia Europa, non trarrà nuovi motivi di distacco e di critica. Dopo l’ingiustificato rifiuto a fare parte dei volenterosi in Iraq, segno di una potenza che si adagia più su Venere che su Marte, i francesi ne combinano un’altra con le gomme che esplodono proprio nella parabolica. Può succedere che in Germania, all’ultimo giro, al bravo e silenzioso Raikkonen vada in pezzi il ruotone anteriore; ma quella stessa ruota era stata spiattellata contro l’asfalto qualche giro prima per un doppiaggio un po’ banale. Cosa accade, invece, se nell’unica curva parabolica sopraelevata e inclinata dell’intera Formula uno, si frantuma la gomma sinistra, quella che appoggia tutto l’arco della curva, a uno, tra l’altro, che una bella botta l’ha già presa l’anno scorso? Il cedimento è strutturale e le ottime Michelin, che tanto dispiacere hanno dato alle Ferrari sinora, diventano insicure per la gara.
L’episodio non è di poco conto, segna la problematica compatibilità tra Stati Uniti e Formula uno. Quelle curve paraboliche e quei circuiti ovali che le migliaia di spettatori in protesta, con i piedi sbattuti sui gradoni, avranno rimpianto già il giovedì delle prove libere, sono una specialità tutta americana. La Formula uno ha ribadito, proprio nelle gomme francesi difettose, la difficoltà di adattarsi a tale modalità ripetitiva di corsa. Ma ancor più interessante e continentale è stata la gestione politica della crisi. Quasi si trattasse dell’applicazione del Progetto di Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, la scelta delle gomme è sottoposta a una procedura rigidissima, con tanto di bolli e sigilli. Norme introdotte con una logica ancora continentale, limitare la forza della Ferrari, evitare la formazione di uno Stato-guida. Quindi si sono rincorse le soluzioni più varie e fantasiose: la corsa senza punti, la chicane in mezzo alla curva veloce, l’autorizzazione speciale per montare le gomme arrivate nella notte. Tutte, in stile ancora istituzionale-europeo, negoziate e concordate in maniera tale da evitare la necessaria unanimità. Fino a che non spunta l’ennesima cooperazione rafforzata o nocciolo duro: sei auto corrono e le altre no. O meglio, prima fanno parte dello schieramento e poi invece entrano ai box all’ultimo minuto.
La Formula uno rischia di diventare la vera metafora dell’Europa. Un circo mandato avanti da bravi artigiani-costruttori italiani, ottimi telaisti inglesi, gommisti francesi, testardi motoristi tedeschi, più qualche scavezzacollo sudamericano alla guida. Agli americani è stato chiesto tutt’al più un democratico motore, il glorioso Ford Coswoth, da mettere dietro alle scocche inglesi. E se a Indianapolis si sono già stancati, pazienza, c’è ancora un giro da fare su qualche referendum di adesione al Trattato.

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