Se torna l’Italia del 1976

Nel 1973 Enrico Berlinguer, nelle sue riflessioni sui fatti del Cile, lanciava la proposta del compromesso storico. Nel 2003, sull’onda di più posate riflessioni sui fatti della politica italiana e le recenti vicende del centrosinistra, Romano Prodi e Massimo D’Alema lanciavano l’idea di un soggetto unitario che andasse dai Ds alla Margherita. Alle elezioni amministrative del ’75 il Pci e le forze di sinistra nel loro complesso raggiungevano il loro massimo storico, come avrebbe testimoniato la clamorosa avanzata alle successive politiche del 1976. Alle elezioni europee e amministrative del 2004 e del 2005 la lista Uniti nell’Ulivo e il centrosinistra nel suo complesso rovesciavano i rapporti di forza con la maggioranza di centrodestra, con un risultato che li vedeva per la prima volta dal 1994 raccogliere la maggioranza assoluta dei consensi. Alle elezioni del 1976 la Dc riusciva a evitare il celebre sorpasso solo fagocitando i propri alleati e le elezioni si chiudevano così – come è stato detto – con due vincitori.
Il periodo torbido che ne sarebbe seguito e il tentativo craxiano di ribaltare i rapporti di forza a sinistra alleandosi con le correnti più conservatrici della Dc avrebbe caratterizzato tutti gli anni Ottanta. Una lunga fase di scontro sempre più violento a sinistra e di spesa pubblica definitivamente fuori controllo (sono gli anni in cui la crescita del debito, sempre piuttosto sostenuta, si fa esponenziale e raggiunge i livelli che conosciamo), fase che si conclude solo nel 1992 con la caduta dell’intero sistema politico incapace di governare la crisi economica e di avviare le riforme imposte dal trattato di Maastricht per entrare nella moneta unica. Le inchieste della magistratura, da questo punto di vista, non fanno che rimuovere i detriti (peraltro con molte inaccettabili forzature dal punto di vista del diritto e delle garanzie costituzionali) di un sistema dei partiti ormai inservibile ai fini della difesa dell’interesse del paese.
Lo scontro sulla lista unitaria e l’aperta sfida per l’egemonia nel centrosinistra condotta da Rutelli ricordano molto da vicino il tentativo craxiano. Anche qui la sfida è lanciata in nome del riformismo e della modernizzazione, anche qui riformismo e modernizzazione sono assai curiosamente declinati nel quadro di un’alleanza con le correnti più conservatrici della vecchia Democrazia cristiana e del Vaticano (non parliamo, evidentemente, delle sole correnti democristiane presenti nel centrosinistra). Anche qui, il progetto unitario non viene negato in radice, ma rimandato fino a quando i rapporti di forza non garantiranno la propria indiscussa egemonia sul nuovo soggetto. Fino ad allora, in nome di tale superiore strategia unitaria, tutto è concesso alla tattica: attacchi personali e politici sempre più espliciti, piena autonomia nel gioco di alleanze tra partiti e forze sociali, briglia sciolta alla retorica dell’orgoglio e dell’identità di partito che gli infidi alleati vorrebbero soffocare in un abbraccio mortale (con Beppe Fioroni nella parte che fu dell’insuperabile Ugo Intini).
Eppure Bettino Craxi aveva molte ragioni dalla sua (il che non significa che avesse ragione tout-court, evidentemente). Il Pci di Enrico Berlinguer era innanzi tutto un partito comunista, fuori dall’area di governo non solo per cultura, formazione dei propri dirigenti e aspirazioni della propria base, ma innanzi tutto per solidissime ragioni internazionali. Si può discutere – e furono infatti certamente molto discutibili – dei modi in cui Craxi decise di superare questo problema, ma non si può negare che quel problema vi fosse. Un problema che agli occhi del leader socialista rappresentava naturalmente anche un’opportunità, attribuendo al suo partito un inestimabile valore strategico. Inoltre, il compromesso storico di Berlinguer, nella sua estrema vaghezza, era comunque cosa ben diversa da una normale alleanza di governo: di fatto, all’alleanza tra socialisti e democristiani, il Pci non contrapponeva nessuna praticabile alternativa.
La lista Uniti nell’Ulivo e la proposta di un soggetto unitario del centrosinistra riformista non possono dunque essere accostati al compromesso storico nemmeno per scherzo. Eppure la linea rutelliana mostra più di un punto di contatto con il disegno craxiano. Se questa linea dovesse venire confermata nei prossimi mesi e se la vittoria del centrosinistra nel 2006 non dovesse essere troppo netta, se la Margherita dovesse avere ancora parlamentari sufficienti a mettere in crisi il governo Prodi e trovare sponda nei partiti del centrodestra, il rischio di un nuovo 1976 potrebbe dimostrarsi qualcosa di più che una semplice provocazione. Si mostrerebbe così ancora una volta, peraltro, quell’antica legge secondo cui la storia si ripete sempre due volte, ma solo la prima in forma di tragedia.

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