La legge farsa

La seconda volta, in forma di farsa. Non è un caso se la citazione di Marx secondo cui la storia si ripete sempre due volte, ma solo la prima in forma di tragedia, in Italia è tanto abusata. Lo dimostra ancora una volta la penosa vicenda della nuova legge elettorale, che non merita nemmeno il paragone con la legge truffa voluta da De Gasperi. Ma Karl Marx non era un umorista che si dilettava in aforismi utili a riempire gli articoli dei giornali. L’affermazione con cui chiosava una precedente osservazione di Hegel nasceva dalla sua concezione della storia: la farsa che seguiva la tragedia era il destino cui erano condannate le società giunte a quello stadio di sviluppo in cui il nuovo è troppo debole per scalzare il vecchio e il vecchio è al tempo stesso troppo debole per soffocarlo definitivamente e troppo forte per andarsene di morte naturale. L’effetto grottesco per Marx nasce da questa contraddizione, in cui il nuovo non può nascere e il vecchio non vuole morire, in cui il morto afferra il vivo e ne condiziona l’evoluzione. La tragedia legata all’esplodere delle contraddizioni sociali si muta così progressivamente nella farsa del compromesso tra forze progressive e resistenza degli elementi più radicati dell’antico ordine.
Il modo in cui la pubblicistica corrente ha affrontato sinora il problema del sistema politico e della legge elettorale è lo specchio di questa penosa condizione. Caduta la prima Repubblica, i fautori del ritorno al passato non sono abbastanza forti da imporre il dietro-front e i sostenitori del cambiamento non lo sono abbastanza da metterli in condizione di non nuocere. Il risultato di questo perverso equilibrio sono i ricorrenti conati neocentristi e neoproporzionalisti, che poi altro non sono che la strada concreta attraverso cui una parte delle forze economiche e politiche italiane può sognare il ritorno agli assetti crollati nel ’92. La verità è che siamo ancora a metà del guado. Abbiamo i democristiani senza la Dc, le grandi famiglie senza il salotto buono, l’influenza americana senza l’Unione sovietica. Dalla tragedia alla farsa. Il declino di un paese spesso ha spiegazioni semplici.
L’attuale e sommamente imperfetta legge elettorale è da anni sotto accusa non per aver funzionato male, ma per aver funzionato troppo. Per la prima volta nella storia d’Italia sono stati gli elettori a decidere chi dovesse andare al governo e chi all’opposizione. L’alternanza – bene essenziale di ogni moderna democrazia di cui il nostro paese non aveva mai beneficiato prima – è stata rigorosamente applicata dagli elettori in tutte le elezioni dall’introduzione del nuovo sistema. Dal 1996 a oggi, in modo parziale e problematico ma comunque incontestabilmente progressivo, le maggioranze volute dagli elettori hanno retto il paese fino alla fine della legislatura. La debolezza e la frammentazione delle due coalizioni non si devono alla legge elettorale, ma alla resistenza di larghe parti dell’establishment economico e politico che in questi anni hanno ripetutamente tentato di rovesciarne gli effetti. La stucchevole filastrocca secondo cui si vorrebbe salvare il bipolarismo dall’unica legge che ne ha permesso il concreto svilupparsi non merita nemmeno di essere contestata. Nulla impedisce di correggere le sue molte imperfezioni, ma tutto porta a ritenere che l’attuale e imperfetta legge che c’è sia comunque di gran lunga migliore di ogni riforma sin qui ipotizzata da chi ancora sogna il ritorno a un grande e inamovibile partito di centro. Quel partito del governo con cui tutti i soggetti depositari di interessi rilevanti possano finalmente accordarsi una volta per tutte, senza dovere sottostare alla sfibrante lotteria cui l’alternanza espone i loro accordi, con il rischio di vedere da un giorno all’altro salire al potere una maggioranza ostile.
L’esito farsesco dell’ultimo tentativo di cambiare la legge elettorale, salvo improbabili colpi di scena, chiude definitivamente la partita. La vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni si annuncia ancora più schiacciante del trionfo berlusconiano nel 2001. La maggioranza sarà forse ancora più ampia. La Casa delle libertà dovrà affrontare una traumatica successione, da cui potrebbe uscire in pezzi. Tutto porta dunque a credere che difficilmente le grandi discussioni di questi mesi supereranno l’esito delle primarie dell’Unione. Con il successo di Romano Prodi si potranno considerare tranquillamente come un cartone di latte a breve scadenza, da consumarsi preferibilmente entro il 9 aprile 2006.

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