Crisi americana della destra europea

A pochi giorni dalle elezioni che secondo tutti i giornali avrebbero dovuto segnarne il trionfo, lo Spiegel non ha esitato a dichiarare giunto il momento di scrivere “il necrologio del conservatorismo tedesco”. Ma forse si potrebbe parlare più in generale di una lenta agonia dell’intera destra europea. Non si tratta semplicemente dell’esaurirsi di un breve ciclo, quello seguito all’onda di sinistra prevalsa durante gli anni di Clinton e non casualmente coinciso con l’ascesa di Bush; osservando le difficoltà dei diversi partiti, a colpire sono soprattutto le numerose analogie tra popolari spagnoli e conservatori inglesi, Casa delle libertà e Cdu: leadership delegittimate o impegnate in logoranti contese per la successione, incapacità di ridefinire la propria identità se non in termini di pura contrapposizione all’avversario, divisioni profonde nei gruppi dirigenti e crescente divaricazione strategica in politica estera come in politica economica. Analogie peraltro largamente valide, pur con qualche significativa distinzione, anche per i gollisti di Chirac. E la prima impressione è che la crisi della destra europea sia in parte un riflesso e in parte un effetto della crisi di egemonia dell’amministrazione Bush.
Quale che sia l’esito delle complesse trattative ancora in corso a Berlino, il 98 per cento incassato dalla Merkel nel suo partito come rappresentante del gruppo parlamentare e capodelegazione nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo non deve trarre in inganno. Il risultato ottenuto dalla Cdu/Csu alle ultime elezioni, il 35,2 per cento, rappresenta un autentico disastro. Dopo due legislature all’opposizione, contro un’Spd lacerata dalle divisioni interne e mutilata da una scissione pesante come quella di Oskar Lafontaine, appoggiato da consistenti pezzi del sindacato e della base socialista toccati dal duro programma di riforme portato avanti da Schröder – un cancelliere sull’orlo del baratro già alle elezioni del 2002 e ora costretto a sciogliere il parlamento per l’impossibilità di governare la propria coalizione – in simili condizioni per i cristiano-democratici era davvero difficile mancare l’obiettivo. Il partito invece ha perso circa il 3 per cento rispetto alle elezioni precedenti, ma soprattutto ha mostrato sin dalla campagna elettorale divisioni interne e incertezza strategica tali da dilapidare in poche settimane un vantaggio apparentemente irrecuperabile per l’Spd.
La candidatura di Angela Merkel era apparsa da subito strettamente legata a due opzioni fondamentali: da un lato la decisa scelta liberista, simboleggiata dal ministro delle Finanze in pectore Paul Kirchoff (pare sia già ritornato a tempo pieno all’insegnamento); dall’altra la volontà di mettere un freno all’asse con Parigi per guardare con assai maggiore attenzione all’altra sponda dell’Atlantico. Su entrambi i fronti, la Kanzlerkandidatin ha incassato non a caso l’appoggio entusiasta della stampa angloamericana, dal Wall Street Journal al Financial Times. Difficile dunque non vedere nel magro risultato ottenuto anche una sconfitta di Washington, o quantomeno un segnale della crescente difficoltà dell’Amministrazione Bush a esercitare la propria influenza nel continente.
Il ricompattamento del partito attorno alla Merkel oggi è una scelta obbligata. Ma i giornali tedeschi sono già pieni delle voci di malcontento che si levano dall’interno. Le divisioni tra Csu e Cdu sono ormai costantemente sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Nel suo necrologio per il conservatorismo tedesco lo Spiegel parla di confusione strategica, inconsistenza culturale, spaccatura politica. I cristiano-democratici non sanno cosa vogliono né sanno indicare una sola strada per raggiungere i loro obiettivi, quali che siano. In Spagna la condizione dei popolari è molto simile e anche qui è difficile non vedere alcuni effetti involontari della politica americana. Al di là delle eccezionali circostanze del voto sotto le bombe di al Qaeda e della folle gestione della crisi da parte di Aznar, il partito guidato da Mariano Rajoy non sembra ancora essersi ripreso da quelle cupe giornate. Dalla scelta di ritirare i soldati alle aperture alle istanze autonomiste, dal dialogo con l’Eta ai matrimoni gay, finora Zapatero ha sistematicamente dettato l’agenda a un’opposizione che è apparsa sempre più isolata, incerta e angustamente minoritaria nella società prima ancora che nel parlamento. Uno scenario non dissimile da quello britannico, dove certo non sono stati l’alleanza con Bush e gli scandali legati alle informazioni gonfiate sulle armi di Saddam ad aver permesso a Tony Blair la conquista di uno storico terzo mandato, condannando alle dimissioni anche l’ultimo giovane astro conservatore che avrebbe dovuto ridare forza a un partito incapace di ridarsi un’identità, sempre più isolato dinanzi alla tenaglia tra laburisti e liberaldemocratici. Quanto allo stato del centrodestra italiano, non è nemmeno il caso di soffermarsi sulla crisi di leadership, sulle spaccature tra i gruppi dirigenti e sulle crescenti divaricazioni nelle opzioni politiche, ma certo anche l’epilogo della parabola berlusconiana, dopo la vittoria di Zapatero e la resurrezione di Schröder, non si può definire una buona notizia per l’inquilino della Casa Bianca.
In questo quadro si potrebbe parlare forse di una parziale eccezione francese. Anche qui tutte le ultime elezioni avevano evidenziato nettamente uno spostamento a favore della sinistra, dalle europee alle regionali, per molti versi simile a quello italiano (e tedesco, considerato che nel loro complesso i partiti di sinistra hanno raccolto il 51,8 per cento dei voti). Le difficoltà sono nate tutte dalla politica, non dalla società, prima con l’irresponsabile decisione di Chirac di sottoporre a referendum il Trattato costituzionale europeo e poi con la folle guerra personale apertasi nel Partito socialista con la “scissione” di Fabius. Ma per quanto riguarda George W. Bush, le crescenti difficoltà incontrate da Nicolas Sarkozy nella sua sfida a Chirac per la leadership dei conservatori non sono di buon auspicio. Tanto meno lo sono i primi successi di quel capo del governo – l’ex ministro degli Esteri Dominique de Villepin, il più acerrimo oppositore della politica statunitense – che Chirac ha prontamente schierato sulla strada del giovane, liberale, atlantista e “merkeliano” Sarkozy.
Impossibile prevedere oggi quello che accadrà in America tra quattro anni. E’ noto però che il passaggio di consegne tra un presidente al termine del secondo mandato e il suo delfino non è mai dei più facili. Tanto meno, a quel pochissimo che se ne può dire sin d’ora, sembra d’aiuto l’eredità che l’attuale presidente lascerà al suo successore: dal pantano iracheno alla crisi nucleare in Iran, dalla debolezza mostrata dinanzi alle calamità naturali che hanno sconvolto il paese al crescente isolamento internazionale. Non si può escludere che gli ultimi anni dell’Amministrazione Bush vedano il capo della Casa Bianca ridursi progressivamente e più rapidamente del consueto a un’anatra zoppa. E certo sarebbe un divertente paradosso, dopo aver sentito tanti autorevoli pensatori spiegare che la sinistra europea doveva fare i conti con la politica di Bush per ricostruire le relazioni con gli Usa, che il rapporto transatlantico tornasse a svilupparsi proprio con l’accantonamento di quella politica tra i ferri vecchi del passato.

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