Il secolarismo all’orecchio di Bush

Chi non ricorda i Blues Brothers, Dan Aykroyd e John Belushi, in missione per conto di Dio? Dopo di loro, per salvare non un vecchio orfanotrofio ma una larga fetta di mondo, in missione from God è stato mandato il Presidente Bush. Così almeno afferma il negoziatore palestinese Nabil Shaath, in un programma della Bbc prossimamente in onda. A lui il Presidente degli Stati d’Uniti d’America avrebbe riferito, nel corso di un incontro svoltosi nel giugno 2003, le parole di Dio: “Dio mi ha detto: George, vai, e combatti quei terroristi in Afghanistan. E io l’ho fatto. Poi Dio mi ha detto: vai, e metti fine alla tirannia in Iraq… E io l’ho fatto. E ora sento nuovamente le parole di Dio: vai, e dai ai palestinesi il loro stato, agli israeliani la sicurezza, e fai la pace in Medio Oriente. E, per Dio, io lo farò”.
Il portavoce Scott McClellan ha seccamente negato che Bush abbia mai usato quelle espressioni (qui si vorrebbe dire: è troppo facile negare, quando l’altra parte non può né confermare né smentire). McClellan ha anche negato che Bush abbia mai detto, in quella o in altre circostanze, che Dio gli ha ordinato di invadere l’Afghanistan o l’Iraq. Richiesto di confermare le dichiarazioni rilasciate alla Bbc, Nabil Shaath ha ribadito che quelle furono effettivamente le parole del Presidente (non di Dio); ma erano una figura di discorso, un modo per dire che egli sente di avere una missione, di avere preso un impegno che la sua fede in Dio gli avrebbe ispirato. La cosa va dunque intesa così, “piuttosto che come un bisbiglio metafisico nell’orecchio [del Presidente]”.
E dunque: siamo alle solite. Siamo alla solita ipocrisia del politicamente corretto. Siccome non si può dire che Dio in persona si è rivolto al Presidente degli Stati Uniti d’America – tra l’altro con un molto confidenziale “George”, che dimostrerebbe una certa consuetudine di rapporti – e non lo si può dire perché altrimenti tutti si precipiterebbero ad affermare che il Presidente è un fanatico, il primo dei fondamentalisti, oppure un folle, un esaltato, si usa la prudenza di trasformare un sentire letterale in un assai meno impegnativo sentire metaforico. Quel che il Presidente avrebbe sentito non è più un bisbiglio metafisico ma solo un obbligo morale e religioso.
Così ancora una volta Dio è messo a tacere, e le sue parole (chiare, benché soltanto sussurrate) evaporano in un senso spirituale di cui si fa interprete la sola coscienza individuale del Presidente. Sono gli effetti della secolarizzazione. E’ colpa della secolarizzazione, se un Presidente non può più raccogliere le onde sonore dell’Altissimo nel suo padiglione auricolare: riceverle nella cavità del timpano e farle passare nel condotto cocleare. È colpa della secolarizzazione, se il Portavoce deve smentire come assurda la ricostruzione di Nabil Shaath, costringendo l’obbedienza religiosa – che come ricorda l’etimo è una faccenda di udito: ob-audire – a prendere il più domesticato e privato aspetto di un obbligo in coscienza. Ma una volta che Dio debba far parte della vita pubblica, come ha ammonito il Papa, visto che è un’insopportabile ipocrisia ammetterlo come opinione privata ma rifiutargli il dominio pubblico, non sarebbe meglio che egli si facesse sentire così: propriamente e letteralmente? Possibile che siamo tutti così illuministi, così laici, così razionalisti, in una parola: così scafati, da escludere che Dio possa bisbigliare in inglese? Siamo tutti così irriverenti, così scettici, così miscredenti, da rifiutare per principio il soprannaturale nella vita pubblica? È vera tolleranza, questa, gettare su un Presidente l’ombra del ridicolo, per il solo fatto che avrebbe prestato orecchio?
Qualcuno penserà che io stia facendo appunto questo: gettare il ridicolo. E che in questo modo io liquiderei con la facile arma dell’ironia una questione seria e importante. In effetti è proprio quel che sto facendo: dell’ironia su una questione seria e importante. La questione seria però non è se la religione possa o meno accontentarsi di un foro privato. Per quella, io mi sentirei ancora di confermare la risposta che dalle guerre civili di religione in poi la modernità ha dato: che possa o meno, quel che è certo è che deve, se vogliamo vivere in pace. Per il momento, una risposta migliore non mi pare ci sia: la pace viene prima della verità che rende liberi. E pazienza se qualcuno dirà che non è vera pace. No, la questione seria è un’altra, è se i confini del privato e del pubblico si possano ancora porre lì dove si sono posti un tempo. Messa così, io mi sentirei di rispondere che quei confini sicuramente si stanno spostando, persino cancellando, ma che questo non vuol dire che non si debba provare a ritracciarli. E l’ironia? Beh, ovunque riteniate che debbano essere tracciati quei confini, non dimenticatevi che è una faccenda troppo seria e importante lasciare che l’ironia circoli dappertutto. Fino a prova contraria, questa è ancora, se Dio vuole, l’epoca della critica. E se vi pare blasfema, ricordate che anche Gesù poté fare quella impressione.

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