La giornata di uno sminatore in Iraq

Sono in Iraq. Questo paese ha la proprietà magica di farmi sentire bene. E’ una nazione disgraziata e straziata da venticinque anni di ininterrotta violenza. Ma ecco che nell’assurdità della mente, proprio qui in mezzo alla guerra trovo la mia pace. Tutti i miei assilli quotidiani scompaiono. Entro in un mondo dove la vita, la sua salvaguardia, diventa un pensiero importante. E’ una regressione dei bisogni. Il cibo, l’acqua, la protezione. In questo posto, dove ogni piccolo risultato è un miracolo, sembra di rivivere fasi sorpassate nella storia della società umana. Sono tornato in Iraq da pochi giorni per collaborare con una ong nordeuropea che si occupa di sminamento umanitario.
Avanza l’autunno. L’unico segno chiaro di questo cambiamento di stagione è l’accorciarsi delle giornate. Alle sei è già notte fonda. Ma i giorni continuano a essere soleggiati e caldi. Mai una nuvola. Temperatura costantemente sopra i trenta gradi. Una straordinaria monotonia che adoro. Una certezza quotidiana. Amo le sere calde d’estate, che non sono mai abbastanza lunghe per me. E qui trovo infine sei ore di straordinario piacere, dopo giornate calde e faticose. In questa zona, a differenza di Baghdad e Bassora, gli spari sono rari. Si sente solo il suono nell’aria della gigantesca fiamma che brucia senza sosta dall’alta e sottile ciminiera della raffineria, a un chilomentro di fronte a noi. Tre giorni fa è iniziato il mese di Ramadan. Il mio quarto consecutivo. Viviamo piuttosto isolati, quindi non lo apprezziamo molto. Il cambiamento più sensibile è al posto di confine con il Kuwait, che per tutto il mese chiuderà anticipatamente all’una del pomeriggio. Durante le ore di sole evitiamo di mangiare o bere di fronte a un iracheno. Sensibilità culturale e misura di sicurezza.
Ecco il nostro totem, la sicurezza.
Tutto è organizzato intorno a questa nuova dea. Nella nostra base è presente una componente internazionale inferiore alla decina di persone. Per assicurare la sua protezione lavorano più di sessanta iracheni. Siamo in una bella casa di “campagna”, cioè nel mezzo del deserto. Mi dicono sia la proprietà di un ricco saudita, che da tempo ha deciso di non frequentare più questi luoghi. Era abbandonata da anni ed è stata ripulita e riadattata con cura. Dal pozzo arriva l’acqua che innaffia le bellissime e dolci palme del cortile. Intorno alla palazzina è stato costruito un muro di protezione. E’ fatto con una tecnica molto comune, da quando qui c’è la guerra. Una gabbia di ferro dal lato quadrato di un metro, alta un metro e mezzo. All’interno della gabbia si stende un grande sacco di iuta (o altro materiale sintetico), come se fosse un enorme cestino dell’immondizia. Lo si riempie completamente di terra. Come se fossero dei giganteschi mattoncini di lego, queste gabbie vengono poste una a fianco all’altra, così da formare la continuità di una barriera. Un muro di terra dello spessore di un metro. Due file una sopra l’altra, e il muro raggiunge i tre metri di altezza. In questo modo dicono che si possono bloccare anche i colpi dei famosi RPGs (Rocket Propelled Granade), la versione tecnologicamente aggiornata di quelli che ho sempre chiamato bazooka.
Ai quattro angoli, altrettante torrette. Due cancelli, rigorosamente uno per l’entrata e uno per l’uscita. Davanti all’entrata una strada di circa cento metri. I lati sono chiusi da una massicciata di terra, e degli ostacoli costringono a una gimcana, in modo da impedire a veicoli aggressori di lanciarsi ad alta velocità contro il cancello d’entrata. All’inizio di questa strada un altro cancello con le guardie. Nessuno che non sia conosciuto o annunciato può entrare.
La dea sicurezza vuole che tutte le volte che usciamo da questa nostra piccola fortezza siamo accompagnati da guardie armate. Il viaggio più lungo che facciamo è quello verso la frontiera, quando rientriamo per bisogni operativi in Kuwait. Trenta chilometri di una “superstrada”, due carreggiate separate, ognuna di due corsie. Mezz’ora di viaggio. Due guardie nella nostra auto, altri due veicoli con la scorta, uno davanti e l’altro dietro. E’ un viaggio tranquillo, non c’è tensione. Gli incidenti, le esplosioni di quelle che qui chiamano Road Side Bombs, avvengono solitamente nell’altra direzione, quella verso Bassora. In ogni caso nessuna scorta può proteggere da una di queste esplosioni. Neanche un veicolo blindato. Sono troppo potenti. E spesso dopo aver innescato l’esplosione della bomba, gli assalitori sparano il colpo di grazia, un paio di RPGs. Da queste parti l’ultimo agguato è stato due settimane fa. Ha ucciso due persone e la terza ora ha una gamba in meno. L’obiettivo era un’organizzazione americana, che si occupa di formazione per militari iracheni.
Ogni mattina, per sei giorni alla settimana, gli istruttori internazionali escono alle cinque del mattino con le squadre di sminatori iracheni. Lavorano per circa sei ore, all’una rientrano alla base. Nel pomeriggio si curano la manutenzione dei materiali e degli automezzi. Si svolgono i corsi di formazione in aula. L’obiettivo di questa ong nordeuropea è quello di formare una organizzazione non governativa irachena, che possa continuare in futuro, in maniera indipendente, l’attività di sminamento e di bonifica da ogni tipo di arma ed esplosivi abbandonati. Da circa sei mesi, sono già stati formati oltre un centinaio di sminatori ed esperti di bonifica, che ora lavorano quotidianamente insieme agli istruttori internazionali. Tutti sono ossessionati dalla sicurezza, sia il personale internazionale sia gli iracheni. Il fatto più sorprendente è che non si sente nelle persone la paura per la propria incolumità. Si vive invece una grande attenzione e premura collettiva, verso tutti. Cura che in questi giorni circonda anche me, in maniera a volte imbarazzante.
Il bene più prezioso, sopratutto per il personale iracheno, è il progetto in se stesso. Tutti sono consapevoli che il minimo incidente, a danno di chiunque del personale, avrebbe come conseguenza immediata lo stop del progetto stesso, e di tutte le sue attività.
(A sud di Bassora, 7 Ottobre 2005)

Jan Van Eyck [traduzione di Enrico Messa]

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