Mediorientalia. Hamas dopo Gaza

Il ritiro di Israele da Gaza rappresenta per palestinesi e israeliani quello che in Italia è stato per l’Unione l’approvazione della riforma elettorale avanzata da Berlusconi: un evento che marca un deciso cambio di fase politica, almeno dal punto di vista tattico. E dunque costringe, volenti o nolenti, a rivedere strategie e disegni. Ciò è particolarmente vero per Hamas, che a Gaza ha la sua base militante e di consenso più consistente. Il ritiro dei coloni e delle truppe israeliane schierate a loro difesa non si è rivelato una ripetizione – dal punto di vista della propaganda – di quello che fu per Hizballah il ritiro israeliano dal Libano occupato: e questo soprattutto perché Israele rimane comunque occhiutamente presente con i suoi servizi di sicurezza dentro, sopra e a lato della striscia di Gaza. Non a caso in un seminario riservato a Washington Avi Dichter, fino a poco tempo fa capo del General Security Service (meglio noto come Shabak, o Shin Bet) israeliano, ha fatto notare come la tattica degli assassinii mirati della leadership di Hamas abbia avuto come conseguenza il costringerla a utilizzare il 90 per cento del suo tempo nel tentativo di sfuggire alla mano israeliana, così limitando l’operatività del movimento. Sempre più evidente appare a tutti – anche alla smaliziata ed evoluta opinione pubblica palestinese – che solo la politica può permettere a Hamas di tramutare il favore popolare di cui gode in consenso e potere politico. Ma la risposta alla domanda “che fare?” è per Hamas – acronimo del nome completo Harakat Al-Muqauuama Al-Islamiya, cioè “Movimento di resistenza islamica”, e in sé anche una parola che significa “zelo, ardore” – particolarmente complicata. Perché dal 1987, anno di fondazione, la sua identità è stata forgiata sul doppio binario “assistenza sociale” e “lotta armata a Israele”: oggi a Gaza viene a mancare il secondo elemento. Gli effetti si sono già manifestati, con un relativo indebolimento del movimento, a partire dai risultati delle ultime elezioni amministrative del 19 settembre in Cisgiordania, quando Hamas ha vinto direttamente solo 13 municipalità su 104, mentre Fatah se ne è assicurato ben 51. Insomma, sembra poter tornare per Hamas l’incubo degli anni ‘90: avvio del processo di pace con gli israeliani, Hamas inchiodato a una linea intransigente che porta consenso popolare ma non soluzioni politiche, conseguente rifiuto della normalizzazione e delle sue opportunità elettorali, astensione, campo libero per l’Olp, percezione dell’opinione pubblica palestinese di Hamas come di una sorta di “opposizione” al sogno nazionalista dei palestinesi. Un pericolo accentuato dai dati rilasciati il 12 ottobre dal Ministero dell’Interno dell’Autorità nazionale palestinese, che per la prima volta segnala come i morti palestinesi per mano israeliana siano stati nei primi nove mesi del 2005 superati da quelli per mano palestinese. Dunque, dopo la lezione del 1996 – quando il boicottaggio delle prime elezioni presidenziali palestinesi consegnò all’Olp e ad Arafat tutto il palcoscenico – Hamas è oggi ben deciso a non ripetere lo stesso errore. Una conversione difficile, perché è come frenare un treno in corsa, e con il capo treno (la leadership dell’interno, decimata da Israele, e più decisa alla svolta politica) che è in profondo disaccordo con il capo stazione (la leadership dell’esterno, più intransigente). Di questo sta discutendo il Consiglio della Shura, il massimo organo politico di Hamas: invece di dirigere gli sforzi nell’impedire che le “armi della resistenza” vengano toccate dall’Anp, piuttosto si dibatte se sciogliere gli indugi e “parlamentarizzarsi”, scegliendo di partecipare al quarto e ultimo turno amministrativo dell’8 dicembre – che questa volta toccherà molte città della Striscia di Gaza – e alle elezioni politiche fissate per il prossimo 25 gennaio. A favore di questa ipotesi deporrebbe anche la speculare debolezza di Fatah a Gaza, dove il movimento non è riuscito a organizzare un raduno significativo dopo la partenza israeliana, e dove gli assassini del generale Nasser Yusuf, noti a tutti, girano tranquillamente per Gaza. Non solo: Hamas può sperare di raccogliere a Gaza un numero di parlamentari sufficiente per ottenere il diritto di veto al Parlamento Palestinese: considerando le divisioni all’interno di Fatah e le altre liste presenti, due quinti dei seggi saranno sufficienti. Se questo è il proposito, l’Anp ha una sola carta da giocare: Maruan Barghuti. E questo dipende da Sharon, che per fare questo passo chiede in cambio il rilascio della spia israeliana Jonathan Pollard da parte degli Usa. E così, come sempre, si tornerà alla casella principale: la Casa Bianca (al 9 ottobre sono morti in Iraq 1955 soldati Usa).

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