Il protocollo dei savi Elkann

Il traffico iraniano fa rimpiangere le scene più raccapriccianti della Salerno – Reggio Calabria. Nelle grandi autostrade di scorrimento a doppia carreggiata è possibile vedere di tutto: automobili che corrono contromano in corsia di emergenza, tir con rimorchio che fanno inversioni a U, e quindi immancabilmente, ai bordi della strada, innumerevoli gruppi di automezzi fermi con gli automobilisti che discutono tra loro. Il povero viaggiatore italiano, nel suo primo spostamento in autobus all’interno del paese, non crede ai propri occhi, e soprattutto non si stupisce se il suo vicino, un ragazzo meno che ventenne, malgrado l’abbigliamento laico (valigetta ventiquattrore e una camicia azzurra perfettamente inamidata con la griffe in caratteri latini sul taschino che recita “Italia”) fin dalla partenza ripete per ore preghiere di cui prende scrupolosamente nota con un contatore manuale, una specie di versione meccanizzata del nostro rosario. Il turista, che non riesce a togliere gli occhi dalla strada, sotto sotto comincia a sperare nel buon esito delle invocazioni ad Allah. Più tardi, quando il giovane ha terminato il suo rito, i due cominciano una conversazione surreale, fatta di frasette mozze di Basic English e del poco persiano che lo straniero riesce a mettere insieme. Il ragazzo svela l’arcano: sta andando a Sud per fare l’esame di ammissione all’università. Davanti a lui c’è quindi la svolta che deciderà gran parte della sua vita futura: la temutissima e severissima selezione in ingresso del sistema accademico locale. Tante preghiere quindi avevano lo stesso scopo dei tanti santini della Madonna, dei santi protettori, degli angeli custodi, di Padre Pio e di Wojtyla che riempiono, nel giorno degli esami, i libretti di molti studenti universitari del nostro Mezzogiorno. Il ragazzo è contento di sapere che il suo vicino è italiano. Si informa innanzi tutto sulle ultime del calciomercato, ma fa anche domande su come la politica iraniana viene vista dall’Italia e sul cristianesimo (per cui dice di avere grandissimo rispetto e di cui vuole sapere moltissime cose; soprattutto come noi consideriamo la figura di Gesù: un profeta? Il figlio di Dio o Dio? La conversazione, come capite, è complessa). Si parla anche delle ultime elezioni presidenziali iraniane: visto il clima di confidenza il turista si arrischia a chiedere come abbia potuto vincere Ahmadinejad. Il giovane risponde secco: parlate voi che avete votato per Berlusconi. Seguono un paio di battute sui tacchi, il trapianto dei capelli, e soprattutto viene ripetuta con precisione testuale la famosa dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio sull’inferiorità della civiltà islamica rispetto a quella cristiana. Il turista accusa il colpo, ma il ragazzo non è aggressivo: dice solo che dappertutto la politica è decaduta nella superficialità (e ci tiene a specificare più volte che è contro il terrorismo). L’aneddoto mostra una realtà molto semplice: l’Iran è molto incuriosito e attratto dall’Italia. Le reti Rai e Mediaset entrano nelle case grazie alle parabole satellitari e gli iraniani guardano le nostre partite di calcio, i nostri spettacoli di varietà, si interessano alla nostra politica, leggono la nostra letteratura, in molti studiano la nostra lingua. Tra i grandi paesi occidentali siamo l’unico che intesse relazioni diplomatiche stabili, che ha una scuola a Teheran, che svolge intensa attività culturale nella capitale. Veniamo visti come l’Occidente dal volto umano, il paese europeo che è venuto in Iran per cooperare e lavorare, privo del vizietto coloniale che accomuna Inghilterra, Francia e Stati Uniti. E poi in Italia c’è il Papa, e questo fatto è di grande importanza per gli iraniani, che sono molto religiosi.
A un certo punto giunge una domanda assolutamente inaspettata: cosa pensi di Edoardo Agnelli? L’italiano risponde: “Che c’entra adesso quel poveraccio?”. E così l’iraniano sciorina una storia fantasiosa circa la conversione all’Islam sciita dell’erede Fiat, la sua ammirazione per l’ayatollah Khomeini, la sua intenzione di trasferire in Iran parte della produzione automobilistica, la sua estromissione dalla successione, fino al suo assassinio da parte dei servizi segreti israeliani e statunitensi. L’italiano non crede alle sue orecchie e non è neanche sicuro di aver capito bene ciò che gli viene narrato. Alla fine nega risoluto, dice che sono fandonie. Il ragazzo non si scompone e risponde che sono gli italiani a essere stati ingannati su questa vicenda, ma che la verità verrà fuori. Con il giovane la cosa finisce lì, ma il turista verrà sottoposto altre innumerevoli volte al medesimo racconto, e a poco sembrano valere le sue spiegazioni: la diversità che doveva esserci tra Edoardo e il resto della famiglia, lui interessato alla storia delle religioni e alla mistica in un ambiente da rotocalco, l’incomprensione con il padre e così via. Tutti gli iraniani che introducono questo argomento di conversazione sembrano più preoccupati di convincere che di capire.
Il punto è che qui è stato girato un film documentario sulla vicenda, in cui la tesi complottistica è infarcita di particolari, testimonianze di sedicenti amici e conoscenti di Edoardo Agnelli, con un finale degno della più comune spazzatura antisemita. Il martirio finale dell’ammiratore di Khomeini sarebbe avvenuto per la sua opposizione al passaggio della guida della Fiat ai figli di Alain Elkann. Gli israeliani a quel punto avrebbero agito per essere sicuri che l’azienda finisse in mani ebraiche. Siamo insomma al Protocollo dei savi di Sion. Questo film è stato anche proiettato in televisione. Tutti conoscono la storia e in moltissimi ne sono assolutamente persuasi. Si dice che la nostra ambasciata abbia fatto passi ufficiali di protesta, con il risultato che il film non è più diffuso in tv ma gira copiato su dvd; la tesi complottistica è diventata quindi ancora più misteriosa e affascinante.
Conclusione. Il nostro paese rappresenta oggi lo snodo nei rapporti tra Iran e comunità internazionale nel vuoto determinatosi con lo stallo delle trattative sul nucleare con la troika europea (Inghilterra, Francia e Germania); si ricordi che i rapporti con gli Stati Uniti sono interrotti fin dal 1979. Gli orientamenti della nostra politica estera e della nostra diplomazia avranno nei prossimi mesi un’importanza cruciale nel determinare la direzione in cui si svilupperà la crisi che si è aperta con le ultime elezioni presidenziali. Lo scorso 3 novembre, come tutti hanno saputo, si è svolta davanti all’ambasciata italiana a Teheran una dimostrazione di studenti in risposta alla fiaccolata che lo stesso giorno si è tenuta di fronte all’ambasciata iraniana a Roma. I manifestanti di Teheran recavano, tra gli altri, un cartello inneggiante a Edoardo Agnelli. Sui giornali italiani è quindi finito tutto il retroscena che sta dietro a quell’immagine. Ma la cosa non è destinata a finire, e sbaglierebbe chi vi vedesse una semplice curiosità strampalata: nel caso in cui le relazioni tra Italia e Iran peggiorassero la figura del rampollo incompreso della famiglia più potente del paese diventerà, nella propaganda ufficiale, il simbolo (vero o presunto che sia) di un’Italia amica degli iraniani perseguitata all’interno e dai paesi colonialisti alleati; questa ricostruzione sarà presa sul serio da gran parte della popolazione. L’agenzia locale Fars ha minacciosamente lanciato la notizia che è stata convocata a Teheran una nuova manifestazione per il prossimo 15 novembre: l’anniversario della morte di Edoardo Agnelli.

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