Il ritorno del lupo

A due anni esatti dal precedente “Monument” (’03), gli svedesi Grand Magus pubblicano il nuovo lavoro “Wolf’s Return”, anch’esso registrato durante la stagione invernale presso il Resync Studio di Stoccolma. Formazione immutata con il capitano JB (da tempo impegnato anche con gli Spiritual Beggars dell’ex-Carcass Michael Amott) alla voce e alle chitarre, il bassista Fox e il batterista Fredrik alla sezione ritmica. Di nuovo c’è che i tre nordici imprimono al loro sound una maggiore velocità, virando verso atmosfere contigue tra metal e doom: l’iniziale “Kingslayer” cattura con un riff invero accattivante e l’incedere classico del singolo; “Nine” e “Repay In Kind” (quest’ultimo forse il brano migliore della raccolta) ripetono lo schema, mentre la triade composta dallo strumentale “Hamnd” e dalle oscure “Ashes” e “Light Hater” riporta la rotta nei territori doom. Interessante la presenza di ben quattro brani strumentali, quasi altrettante introduzioni o riprese dei temi sviluppati nelle canzoni: “Blodorn” è una veloce esercitazione doom; “Jarnbord” un lento, funereo canto medioevale; “Hamnd” prepara il terreno per le tenebre dei due brani successivi; “Wolf’s Return part II” conclude le celebrazioni riprendendo la title-track, vero e proprio inno al lato più selvaggio della natura. I testi abbondano di richiami ancestrali, anatemi (“Christian ruler die”, da “Kingslayer”, è quello che ci si aspetta da una band di tale latitudine, ma è anche quello che rischia di legarli a un pericoloso stereotipo), momenti di trionfo (“Repay In Kind”) e cadute nell’abisso (“Send out the winds / Ashes fill the sky / No more in pain / Defiant as I die”, da “Ashes”, quasi la versione musicale di un funerale vichingo). I Grand Magus governano sia la materia musicale sia quella lirica con mano pesante ma ferma: il tutto è sopra le righe ma non troppo, come si conviene. Il lavoro strumentale, così come il già collaudato affiatamento dei tre, sono notevoli. In particolare, spiccano le parti di chitarra e le convincenti interpretazioni vocali di JB (due esempi su tutto: l’assolo di “Nine” e l’urlo tormentato di “Light Hater”). Giusto contrappeso al gusto sanguinolento e crepuscolare dell’album (sul retro di copertina i musicisti stringono le mani insanguinate in un patto non certo pacifico), le due citazioni da Aldous Huxley e Bertrand Russell nascoste nel package del cd: sicuramente polemiche e discutibili, ma indubbiamente razionali e luminose. Gruppo relativamente giovane, formatosi nel 1996 e arrivato alla formazione attuale nel 1999, con solo tre album all’attivo (l’esordio, omonimo, è del 2000), i Grand Magus dimostrano con questo lavoro di avere raggiunto un primo stadio di maturazione: “Wolf’s Return” lascia margini di miglioramento e fa ben sperare per il prosieguo, anche se sullo sfondo s’intravede la minaccia del passaggio a un power-metal di maniera. Un pericolo che sarà scongiurato solo se il Grande Lupo Grigio continuerà a soffiargli sul collo.

Anrea Montalbò

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