Mediorientalia. Egitto alle urne

Continua in Egitto la stagione elettorale. Dopo le elezioni presidenziali del 7 settembre – che hanno riconfermato Presidente Hosni Mubarak – ieri è stata la volta del secondo dei tre turni elettorali in cui sono suddivise le elezioni legislative. Al voto sono andate nove delle ventisei province: Alessandria, Beheira, Ismailia, Port Said, Suez, Qalyubia, Ghrabia, Fayyum, Qena. Una seconda tornata che probabilmente confermerà il dato della prima del 9 novembre, tenutasi in otto province: l’aperta affermazione dei Fratelli Mussulmani che, da un totale di 15 deputati su 454 della scorsa legislatura, il 9 novembre hanno già conquistato 33 seggi. Se i Fratelli Mussulmani riusciranno a confermare questa tendenza ciò avrà rilevanti effetti politici non solo in Egitto ma anche in tutto il Medio Oriente, perché significherà l’irruzione nella vita parlamentare di un raggruppamento dell’Islam politico secondo solo al partito del governo. Insomma, per quanto riguarda l’Egitto si passerà da un regime monopartito ad uno quasi bipolare, sperimentando la praticabilità o meno della “parlamentarizzazione” dell’Islam politico; per quanto riguarda il medio oriente, si guarderà all’esito di questo esperimento per vedere se è un modello che può riuscire a dare un assetto stabile anche ad altre società – a partire da quella palestinese e da Hamas – e dunque costituire una via autoctona praticabile per rispondere alla (scomposta) pressione statunitense verso la democrazia incapsulata nella guerra al terrorismo. Per quanto riguarda l’Egitto, si tratta delle conseguenze di un processo di relativa apertura avviato da Mubarak per favorire la successione del figlio Gamal. L’attuale sistema politico, infatti, è basato sulla costituzione del 1971, scritta in un momento di transizione della politica egiziana, quando si stava chiudendo l’esperimento dell’Egitto socialista di Nasser e il nuovo presidente Sadat pensò di ridurre il peso dei “centri di potere” ereditati dal suo maestro promulgando una costituzione dai tratti compositi e confusi, in cui vi era anche una vena liberale. In particolare l’articolo 88, e la sua indicazione che le elezioni dovessero avvenire sotto la supervisione della magistratura: ciò costituiva solo un’indicazione, dato che dal 1969 la magistratura era sotto il controllo del potere esecutivo, ma che poteva essere attuata in qualunque momento. Nel febbraio 2005, dunque, Mubarak “scopre” le potenzialità liberali presenti nella Costituzione e annuncia che nel prossimo settembre non si sarebbe tenuto – come per le quattro volte precedenti – un referendum “sì o no” sul suo nome come possibile presidente, bensì – grazie a un emendamento all’articolo 76 della Costituzione – le prime presidenziali con più candidati nella vita del paese. Così è stato, ma in realtà la posta in gioco non era la sua scontata rielezione, quanto le conseguenze che avrebbe prodotto questa ventata di “democrazia” nelle successive elezioni legislative. L’idea di Mubarak era quella di dedicare i suoi sei anni di mandato presidenziale a rafforzare la presa del figlio Gamal – e della sua proposta “modernizzante” – sul suo Partito democratico nazionale. In realtà, la scelta dei candidati ha aperto un acceso dibattito nel Pdn, dove ad avere la meglio è stata invece la vecchia guardia che combatte il “riformatore” Gamal. L’incapacità di rigenerarsi del partito ha avuto come contraccolpo il successo dei Fratelli Mussulmani, che hanno capito l’aria e deciso di correre da soli, rifiutando l’apparentamento agli altri partiti “legali” (i Fratelli Mussulmani corrono come “indipendenti” perché fuori legge dal 1954 per avere attentato alla vita di Nasser) riuniti dall’8 ottobre nel “Fronte Nazionale per il Cambiamento”. E stringendo un patto di desistenza con la vecchia guardia, non correndo per esempio contro il capo dello staff presidenziale Zakareya Azmi o contro il portavoce del Parlamento Fathy Surur. Così facendo potrebbero diventare il secondo partito dopo il Pdn e rivoluzionare la vita politica egiziana, perché una cosa è avere un’opposizione – come nella scorsa legislatura – di 37 deputati in totale, frammentati in 4 partiti (15 “indipendenti” della Fratellanza, 9 del Wafd, 6 dei socialisti del Tagammu e 2 Nasseriani), un’altra avere un’opzione islamista forte di decine di deputati. Una volta in parlamento, tale opposizione potrebbe sfidare Mubarak sulla democrazia e costringerlo a mantenere la sua (eterna) promessa di abolire lo stato di emergenza in vigore dal 1981, a rivitalizzare una democrazia che vede votare solo il 23 per cento degli aventi diritto, per presentarsi come l’unica alternativa alla decadenza e all’ossificazione del regime. Del resto, tale esito trae forza anche dal fallimento in tutta la regione dei disegni incoerenti e pasticciati di esportare la democrazia con cui i neocon e l’amministrazione Usa hanno incartato la guerra al terrorismo e l’intervento in Iraq. Non solo ideologicamente (perché tale idea è promossa con intervento armato su suolo mussulmano) ma anche praticamente, perché il tante volte strombazzato programma Usa di sostegno alle riforme – la Middle East Partnership Initiative – ha meno soldi in un anno di quanti gli Usa ne spendano in un giorno in Iraq, e pure quelli decisi ancora non arrivano – per esempio guarda caso ad alcuni attivisti democratici in Egitto – per inefficienze burocratiche a Washington. Nessuna sorpresa, allora, se sta crescendo un protagonismo sciita e se le timide aperture democratiche imposte dai tempi si rivelano pertugi in cui passano solo smilzi e svelti militanti dell’Islam politico (al 16 novembre sono morti in Iraq 2080 soldati Usa).

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