Le medicine scadute dell’Economist

L’ Economist, il venerato organo della City di Londra, ha pubblicato un inserto (ma tutti lo chiamano survey, beati loro!) sul declino economico e politico dell’Italia. Il Corriere della Sera (venerdì 25 Novembre, pagine da 1 a 8) ne ha offerto tempestivamente un generoso sunto e l’interpretazione autentica grazie a provvidenziali boxini (Monti e Pannella, Fini e Moratti, Veltroni, Martino e pure La Malfa sarebbero rock; Fazio, Prodi e Berlusconi lenti). C’è da scommettere che l’ossequio a questo testo sarà la figura retorica dominante nei prossimi mesi di campagna elettorale.
Si tratta di otto articoli: il primo dice che gli italiani continuano a vivere bene ma i soldi sono pochi; il secondo che l’euro è un problema, ma pure senza euro non si scherza; il terzo che le imprese italiane sono troppo piccole e poco innovative; il quarto che Fazio se ne deve andare; il quinto che la politica italiana è un gran casino; il sesto che Berlusconi è più o meno un delinquente; il settimo che nel sud c’è tanta criminalità, disoccupazione e poche infrastrutture; l’ultimo è un duro monito: riformarsi o morire, con tanto di citazione finale tratta dai Pagliacci di Leoncavallo (ove si intuisce che gli estensori del rapporto troverebbero divertente la seconda evenienza ancor più della prima).
Nell’esame dei problemi economici dell’Italia il pamphlet non aggiunge nulla a quanto si scrive ovunque da qualche anno. L’ironia della sorte vuole che la diagnosi di declino, ormai accettata da tutti e da essi innocuamente riproposta, ha un autore innominabile oggi in qualsiasi scritto liberale e politicamente corretto: Antonio Fazio. Tale teoria invero destò qualche scandalo, a sinistra e poi a destra, al suo primo apparire e si è quindi affermata con fatica, di anno in anno, dacché Fazio l’ha riproposta nelle considerazioni finali del 1999, del 2000, quindi in quelle del 2002 e nelle successive.
Per quanto riguarda la politica il giudizio dell’austera testata è sconsolato: c’è poca serietà e carisma in entrambe le coalizioni e ci sono troppi partiti a condizionare e a rendere impraticabili le dolorose, necessarie riforme. Ci vorrebbe un nuovo spavento per convincere gli italiani a far nascere un governo di salute pubblica che metta in mora i politici e faccia le cose a modo, ma purtroppo è un’ipotesi a tutt’oggi remota. Anche qui, niente di diverso dagli auspici confindustriali che riempiono i giornali da quando, dopo le regionali del 2005, appare certa la sconfitta del centro-destra alle politiche del 2006.
Ciò che davvero stupisce, nella lettura dell’insipido dossier, è la mancata corrispondenza tra lo spessore drammatico dei problemi che si denunciano e la riproposizione salvifica di una medicina scaduta. Le riforme coraggiose che si invocano infatti, con una cantilena di parole sfibrate (quasi una filastrocca buddista), sono sempre le stesse: riduzione del welfare, tagli alle tasse, riduzione del costo del lavoro, privatizzazioni e liberalizzazioni.
La vulgata liberale viene però intinta in salsa progressista con allusioni all’innovazione tecnologica, alla ricerca, ai vantaggi per i consumatori, al rispetto delle regole e dell’etica, in politica e negli affari. Come se l’Italia di oggi fosse quella di venti anni fa.
Negli ultimi vent’anni invece il paese ha conosciuto grandi trasformazioni liberali e le ha praticate consapevolmente per integrarsi nel mercato e nelle istituzioni europee, per conquistare l’euro. Nei venti anni di “free market”, in Italia, si sono create, distrutte e trasferite in modo tumultuoso grandi ricchezze, ma questo ha premiato la rendita più che la produzione e il lavoro; nel frattempo l’intelaiatura della piccola e media impresa esportatrice si è trovata completamente spiazzata dalla stabilità valutaria e dal boom delle merci asiatiche, la grande impresa manifatturiera privata si è quasi estinta.
Da quasi dieci anni, abbiamo bassi tassi di interesse, bassa inflazione, abbondanza di risparmio e di strumenti finanziari, grandi imprese pubbliche e di servizi che fanno profitti astronomici, ma un livello di investimenti e di crescita economica ai minimi storici. Per riattivare un ciclo di sviluppo servirebbe una riorganizzazione profonda del sistema produttivo e un riposizionamento, coordinato a livello di Unione europea, nella divisione internazionale del lavoro. D’altronde le economie che crescono sono di dimensioni continentali e hanno un ferreo governo politico dei loro investimenti, dagli Usa alla Cina, dall’India al Brasile.
Le grandi nazioni europee hanno bisogno del liberismo necessario a irrobustire la struttura produttiva e a favorire l’integrazione continentale, ma ciò di cui hanno il bisogno più urgente è di recuperare la sovranità sugli strumenti di governo del proprio sviluppo economico, a partire da politica industriale e controllo della funzione degli investimenti. Per far questo però c’è bisogno di meno ironie su Bruxelles, di maggiore coraggio europeista e di dimenticare al più presto la lezione di quanti invitano la politica a limitarsi a fornire al mercato regole, informazioni, concorrenza, contendibilità, trasparenza, reputazione… e la ricchezza poi verrà, portata da mano invisibile.

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