Il sud del metal

Stessi ingredienti: brutalità, feroce determinazione, velocità, estremismo sonoro. Differenti attitudini e latitudini: giovani di belle speranze i primi, dalla San Antonio del Texas presidenziale; più maturi e cronicamente alieni da qualsiasi concetto di speranza i secondi, intenti a riemergere di quando in quando dalle amate paludi della Louisiana. Differenti generi e risultati: gli esordienti Gored (trasformazione in verbo del genere musicale?) si iscrivono volontari alla scena brutal-death-gore, mini-girone infernale in crescita sotterranea; i veterani Eyehategod (sì, avete letto bene) adepti di un heavy-noise che non cerca di imitare la sofferenza, la ricrea.
L’accostamento, casuale nella più o meno contemporanea uscita delle due band, trova una ragion d’essere concreta proprio nella opposta e speculare prospettiva di ciascuno: formatisi nel 2002, con già uno scioglimento e almeno due cambi di formazione alle spalle prima di incidere il tradizionale demo di esordio, i Gored rappresentano e recitano tutta la convulsione, la frenesia della loro scena. Vanno veloce, picchiano duro e – sperando non intendano completare la triade con la parte relativa al lasciare un bel cadavere – mirano a essere i più veloci del reame, oltreché i più lancinanti. Lanciati dal successo del demo “Grotesque Bodily Disfigurement” (quattrocento copie, sufficienti per il tam-tam del mini-girone) arrivano al full-lenght con lo sprezzante motto “Incinerate The Vanquished”, degnamente coronato da titoli come “Purulent Pit Of Human Cadavers” o “Merciless Vivisection”. Il debito è nei confronti dei disciolti e rimpianti Carcass e del loro death morboso e inquietante. Si apprezzano così lo slancio e la dedizione dei due Gored (Chris Salazar, batteria, e Daniel Valdez, voce e chitarra), rimandando ai prossimi capitoli una minore passione per la velocità fine a se stessa e una maggiore attenzione alle composizioni.
Formatisi invece nel lontano 1988, gli Eyehategod della tragicamente sommersa New Orleans (a favore della quale hanno suonato a un raduno lo scorso 18-19 novembre) ostentano da subito un concetto “lento” della velocità: devoti dei Black Sabbath, ai quali pagano tributo nella struttura delle canzoni, innestano sulla matrice metal e doom un’abrasività sonora che spinge il discorso verso intricate e soffocanti paludi rumoriste, tra fastidio e dolore fisico. Estremisti del nichilismo e profeti della negatività rappresentano, anche nei momenti meno ispirati, un ideale di indipendenza di giudizio, di produzione, di visione delle cose: a costo di pagare gli inevitabili pegni sul piano privato o di licenziare rari lavori tra un periodo di stand-by e l’altro: solo cinque full-lenght e una relativamente lunga lista di ep divisi con altri gruppi dell’area, fino all’ultimo “Preaching The End Time Message”, raccolta di brani già editi, tra cui una “Sabbath Jam”, più due brani live e due demo “di canzoni nuove per il prossimo album”. Nonostante l’eterogeneità del materiale, il risultato “tiene” come un album vero e proprio e la qualità – incisione a parte, qui il taglio grezzo è d’obbligo – è apprezzabile, a conferma di un talento che non ha bisogno di esecuzioni alla velocità della luce per essere incisivo e lasciare il segno.
In entrambi i casi, comunque, una conferma di quanto di umorale, confuso e dolente si agita in quel “profondo sud” degli States che può sempre riservare sorprese.

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