Cento colpi di pettine prima dell’opa

La lettura delle attuali vicende economiche e giudiziarie fornita dai principali quotidiani del paese si può riassumere così: l’economia italiana era egregiamente governata da un illustre consesso di anziane signore, le quali risolvevano ogni possibile controversia con buon senso e buone maniere, finché un’orda di barbari, una banda di malfattori senza scrupoli meglio noti come immobiliaristi, questa estate, irruppe nel loro elegante salotto, rovesciò tutti i pasticcini e mise a rischio l’onore e la stabilità dell’intero sistema.
Se si prende per buona questa lettura, evidentemente, non si può non considerare l’intervento della forza pubblica che ha liberato il mercato dai barbari come inevitabile e salutare. Una volta riportato l’ordine, non c’è più nulla di cui preoccuparsi. Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire e le nostre anziane signore possono tornare a riposare tranquille chiuse nei loro patti di sindacato, sicure che i loro inconfessabili segreti sono ben custoditi in quelle scatole cinesi in cui nessun giornalista andrà mai a ficcare il naso, nascosti in cima a piramidi societarie che nessun finanziere si potrà mai sognare di scalare.
Ironia della sorte, mentre magistratura e grandi giornali marciavano a passo di carica contro il governatore della Banca d’Italia, contro Gianpiero Fiorani e Giovanni Consorte, attraverso provvedimenti cautelari, indiscrezioni e indagini preliminari, per altri e ben più illustri banchieri arrivavano, dopo un paio d’anni dall’inizio delle indagini sul crac Cirio, le richieste di rinvio a giudizio. La notizia è passata pressoché inosservata, eppure la coincidenza ha un suo significato e può servire a capire meglio molte cose. Non a caso, pochi giorni fa, dalla prima pagina del Corriere della sera Mario Monti invitava il salotto buono a disfarsi di Cesare Geronzi con queste parole: “Quanti hanno preso le distanze da Antonio Fazio, Gianpiero Fiorani e da altri compartecipi a quella comunità di valori non sono necessariamente a favore di un’Italia diversa, nella quale la competizione sul mercato si sostituisca alla logica asfissiante dell’amicizia, dello schieramento, del clan. No, vi sono probabilmente tra essi molti esponenti di quella stessa identica logica, ma che — mutate le circostanze — hanno cambiato clan”. E affinché il clan delle anziane signore, che sono un po’ dure d’orecchi, intendesse come si deve, Monti aggiungeva: “A puro titolo di ipotesi: se prima il Governatore era amico-sostenitore di un banchiere e poi — probabilmente per considerazioni sul bene del sistema creditizio italiano — ha cambiato amicizia, il banchiere abbandonato e le voci di stampa a lui vicine possono diventare fieri critici del Governatore e dei nuovi assetti, ma non per questo sono sinceri assertori di un cambiamento di logica, verso il mercato”.
A puro titolo di ipotesi, facciamo anche noi il gioco del mercato, supponendo che domani mattina l’Italia non opponga più alcuna resistenza alla totale apertura nei confronti di soggetti economici stranieri in ogni campo, a cominciare dalle banche. Cinque minuti dopo di banche italiane ne resterebbero forse una o due. Le altre diverrebbero preda dalle loro omologhe europee nel tempo necessario a scrivere materialmente su un pezzo di carta l’offerta pubblica di acquisto. Cosa succederebbe dunque quel giorno? Succederebbe che l’intero sistema industriale italiano o quel che ne resta, nonché tutti o quasi tutti i partiti, se ne andrebbero in processione dai loro nuovi creditori, implorandoli di far loro grazia della vita. Tutti i principali gruppi industriali e gran parte se non tutti i partiti sono oggi indebitati fino al collo con gli istituti di credito. Quegli istituti di credito che da un giorno all’altro potrebbero metterli in ginocchio con una semplice telefonata. Lo spostamento del centro dei loro interessi da Roma o Milano ad Amsterdam, Londra o Bilbao, con ogni evidenza sarebbe per tutti motivo di grande preoccupazione.
Probabilmente nel salotto buono del capitalismo italiano questo stesso gioco intellettuale ha occupato diversi pomeriggi. Dinanzi a un simile spettro, i nostri capitalisti senza capitali, ricchi soltanto di debiti e sinceramente angosciati dalle prospettive economiche di un paese in pieno declino industriale, hanno pensato bene che era meglio farsi trovare preparati all’arrivo dei tempi nuovi. Così hanno pensato che fosse meglio correre loro incontro ed essere essi stessi i primi ad aprire la porta ai nuovi ospiti, finché erano in tempo per scambiarci almeno due parole e contrattare le rispettive posizioni. Così hanno pensato di presentarsi portando in dote due banche di media grandezza come Antonveneta e Bnl a condizioni decisamente vantaggiose, non solo per il loro valore intrinseco, ma soprattutto per il loro valore strategico come ponti dorati verso un mercato del risparmio tra i più ricchi dell’occidente capitalista.
L’idillio è stato rovinato dall’opposizione di Antonio Fazio, dalle spregiudicate manovre di Gianpiero Fiorani per acquisire il controllo di Antonveneta e dalla scelta dell’Unipol di tentare la scalata di Bnl. Questo è il motivo per cui le richieste di rinvio a giudizio per il crac Cirio sui giornali non hanno ottenuto un decimo dello spazio e dell’attenzione che hanno ricevuto le vicende di Antonveneta e Bnl. In pochissimi hanno denunciato le responsabilità di Antonio Fazio in quella autentica truffa che è stata la vicenda dei bond Cirio – in cui tante famiglie italiane hanno perso i propri risparmi, così come nelle vicende del crac Parmalat e dei bond argentini – e la reazione dei nostri commentatori è stata assai misurata, specialmente se paragonata alla gogna cui il governatore è stato sottoposto da quando si è permesso di contrastare il disegno del salotto buono e dei suoi occasionali alleati.
Non c’era bisogno che emergessero i raccapriccianti particolari della gestione Fiorani alla Banca popolare italiana di cui sono pieni i giornali per capire che Antonio Fazio non era in grado di vigilare sul sistema come avrebbe dovuto. L’unico partito ad avere presentato per tempo una proposta di legge per sottrargli quel compito – primo firmatario Piero Fassino – nonché il solo a non avere cambiato posizione in merito da due anni a questa parte è il partito dei Democratici di sinistra. Non si può dire lo stesso, sfortunatamente, di tutti quei commentatori, leader di partito e direttori di grandi e piccoli quotidiani che oggi parlano di questione morale. Il fior fiore degli intellettuali italiani addita senza un tremito i dirigenti della sinistra tra i principali responsabili del malaffare, non esita a indicarli tra i protagonisti di una nuova Tangentopoli, parla con gravità degli antichi mali di questo paese. Poi corre a spazzolarsi cento volte i capelli e torna a dormire.

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