We Are Scientists

Come descrivereste la vostra musica? – La domanda che nessuna band vorrebbe. E’ come chiedere a uno scrittore di descrivere il proprio lavoro con un assolo di chitarra”. Brooklyn, New York, anno domini 2000. La fine del mondo e il millennium bug incombono, spingendo i più previdenti a prepararsi con scorte di acqua e generi di prima necessità, come lettori digitali e cd. Colpiti dalla portata del fenomeno, i signori Keith Murray, Chris Cain e Michael Tapper, educati studenti dei college Pomona, e Harvey Mudd decidono del tutto inopinatamente di formare una band. Ignari di ogni implicazione, applicano al tentativo la medesima diligenza con la quale si applicano agli studi: qualche prova, due o tre demo autoprodotti (fondamentale il titolo del primo, a futura memoria: “Safety, Fun and Learning (in that order)”. Non si dica che non l’avevano detto), persino un mini-full lenght. Potrebbe finire qui, anche perché, nel frattempo, la fine del mondo è stata rinviata e il prezzo dei rifugi antiatomici è crollato. E’ il 2005 e i We Are Scientists sono qualcosa più di un nome che circola tra i fan, conquistati con rutilanti esibizioni live. La vera sorpresa è che ai fan si allinea la Virgin Records con un contratto per il debutto ufficiale, a giugno dello stesso anno: “With Love and Squalor”, a dispetto della statunitensità del trio, esce in anteprima nella patria del Brit Rock, con perfido ma giustificato calcolo: gli Scienziati estraggono vitale materia prima dalla storia della popular music inglese – dai Beatles agli Editors passando per i La’s – dilettandosi a de-costruire melodie e riff d’accademia. Il sospetto della mera operazione commerciale aleggia, sostenuto anche dal precoce interessamento di una major. Tuttavia Keith (voce solista e chitarra), Chris (basso e cori) e Michael (batteria e cori) non solo non si prendono affatto sul serio – non prendono assolutamente nulla sul serio, come dimostrato dalla continua ricerca del non sense e dalle note redatte per il sito ufficiale. “We Are Scientist è la nostra versione di Superman e noi siamo l’inusuale, patetico Clark Kent (di giorno). Di notte, è la stessa cosa – ma su un palco”
Linee semplici ma efficaci, suoni puliti, qualche riff avvelenato e un basso pulsante, mischiati a ironia: ricetta collaudata e interlocutoria, per un risultato accattivante che lascia in sospeso il giudizio definitivo. I We Are Scientist potranno, con la medesima formula, dissolversi nel breve volgere d’un minuto o conflagrare chimicamente, liberando preziose energie. In questa fase dell’esperimento, “Nobody Move, Nobody Get Hurt”, “Inaction”, “Callbacks”, “Cash Cow”, “The Great Escape”, adrenaliniche e veloci, danno buoni risultati e fanno da preludio alle conclusive “Worth The Wait” (vagamente à la XTC) e “What’s The World”, più strutturate e ambiziose; mentre le rimanenti tracce non si discostano dalla routine.
Il successo sembra assicurato, quindi gli Scienziati avranno, nel prossimo futuro, la possibilità di scegliere: liberi e malpagati ricercatori o tecnici di laboratorio d’una multinazionale?

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