Jack Bauer a Guantanamo

Lo stato democratico è lo stato dove si sottilizza di più. Potrei scrivere meno astrusamente: dove si distingue, dove si fa continuo esercizio di distinzione. Tuttavia, poiché questo vuole essere quello strano elogio della democrazia che la esalta in virtù dei suoi difetti, lasciamo pure che si veda subito come dalla democrazia non sia eliminabile un certo suo lato inevitabilmente verboso per il quale il cittadino spettatore del nostro tempo ha una sola parola: la noia.
Prendete, invece, 24, la serie televisiva di successo in cui l’agente Jack Bauer ha ventiquattr’ore di tempo per sventare una terribile minaccia – nell’ultima stagione, si tratta di prevenire un atto terroristico di proporzioni immani – e impiega ventiquattro puntate di un’ora ciascuna per riuscire nell’impresa, di modo che il tempo in cui si svolge la narrazione e il tempo in cui si svolge l’azione coincidano perfettamente. Questo comporta che nella giornata di Jack Bauer non ci sia il tempo di prendere un caffè, leggere il giornale e far quattro chiacchiere oziose con gli amici. Non c’è un minuto di tempo da perdere, non ci sono tempi morti, non si sta a discutere del più e del meno poiché si tratta di agire: figuriamoci se si può andare per il sottile. Ricordando ne L’idiota quanto incredibilmente lunghi e pieni di vita siano gli attimi che precedono un’esecuzione capitale, Dostoevskij (che dinanzi a un plotone di esecuzione c’era stato veramente) diceva d’altra parte che “non è possibile vivere tenendo conto di ogni istante. Il perché non si sa, ma non è possibile”. Possibile o no, gli autori di 24 ci hanno provato. Vivere con un orologio puntato alle spalle – e mostrarlo sul video, con il ticchettìo che avanza inesorabile come il coccodrillo che mette angoscia a Capitan Uncino.
Lo psicanalista e filosofo sloveno Slavoy Zizek, guru del sistema mondiale delle conferenze, si è domandato di recente, sul Guardian, quale sia il significato etico di un’emergenza così invadente. E la risposta è: una sospensione degli scrupoli morali ordinari. Quali scrupoli volete ancora farvi, quando il tempo stringe? Sotto una simile urgenza, secondo Zizek diviene possibile formulare una domanda tipo: perché non torturare qualcuno se dalle informazioni che potrebbe rilasciarvi dipendono la vita di milioni di persone, e l’orologio sta lì a ricordarvi che la minaccia è imminente?
Con questa domanda, siamo già a Guantanamo e a Abu Ghraib. Non vi spaventi la velocità di questi link: nel suo articolo, avendo mostrato come Jack Bauer e la sua squadra di agenti dell’anti-terrorismo vivano in uno stato d’eccezione, in cui la legge è sospesa, e possano perciò permettersi di agire un po’ sopra le righe, Zizek può mettere insieme la stravagante proposta di istituzionalizzazione della tortura di Alan Dershowitz, i metodi a dir poco disinvolti del colonnello Kurtz in Apocalypse Now, il cinismo disumano di Heinrich Himmler, il capo delle SS, e le giustificazioni naziste studiate dal Hannah Arendt al tempo del processo Eichmann, per concludere che in fondo è la stessa logica che impone oggi di non scandalizzarsi ipocritamente per i costi della guerra e per lo sporco lavoro che deve essere fatto per vincerla. È lo stesso ottundimento del senso morale, per il quale Jack Bauer non fornisce solo all’americano medio la giustificazione pop per le licenze dei soldati americani a Guantanamo, ma finisce col suggerire che in fondo chi si accolla lo sporco lavoro è anche un eroe, ha anche una superiore statura etica.
E qui, finalmente, torniamo a distinguere e a sottilizzare. Su Guantanamo, c’è ora un rapporto Onu. Non è ovviamente la prima volta che se ne parla e se ne scrive, ma che vi sia un rapporto Onu ha la sua importanza. Jack Bauer, ovviamente, non lo avrebbe letto nemmeno: non ne avrebbe avuto il tempo. C’è poi chi lo legge e pensa che comunque siano sottigliezze, al confronto di quel che è la tortura nei paesi autoritari, di quel che combinava Saddam nelle sue carceri¸ di quel che un paese in guerra ha il diritto di fare, per la propria difesa. Per costoro, tirare in ballo la legge e le garanzie, le convenzioni e i diritti umani è pura ipocrisia. E in verità, per una ragione cinica, qualunque distinzione morale o intellettuale ha il sapore dell’ipocrisia.
Ma anche Zizek di distinzioni non ne fa troppe. Zizek accumula pellicole e processi, campi di prigionia e campi di concentramento per dire che sono la stessa cosa. Ma non sono la stessa cosa, e se è vero che non si può liquidare un telefilm di successo dicendo che dopotutto non è che un telefilm, rimane fermo che un telefilm non è precisamente la stessa cosa della realtà, e che anche lo spettatore più annoiato dalla democrazia e dai suoi distinguo sa vedere alcune differenze: fra lo schermo e la vita, fra l’antiterrorismo e l’antisemitismo, fra la Germania di Hitler e gli Usa di Bush.
Poi c’è questa cosa del “tempo reale” di 24 da cui abbiamo cominciato. Il cui senso non ci pare affatto che sia la parossistica emergenza di cui parla Zizek, poiché è lo stesso tempo – terribilmente noioso – che mette in scena il Grande Fratello. Ma questa, come si sa, è un’altra storia. Anzi, è la fine della storia, visto che storia e racconto ci sono quando non c’è il “tempo reale”. Ma anche la fine della storia è un’altra storia, e per il momento credo di avervi annoiato abbastanza.

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