Gli interdetti

In queste ultime settimane la lettura dei giornali è un vero spasso. Un gigantesco sudoku, le cui griglie incrociate corrispondono ai principali quotidiani del paese e agli articoli dei loro più autorevoli commentatori. Proprio come nel sudoku, pochi numeri stampati in alcune caselle strategiche sono sufficienti per dedurre l’intera sequenza, con tutto quello che si dovrà scrivere nelle caselle successive. Il problema è che nel giro di nemmeno due mesi quei numeri sono cambiati improvvisamente. E così i nostri infaticabili decifratori delle cose pubbliche, in particolare in materia economica, si sono dovuti armare di gommino e matita, per spiegarci con santa pazienza l’esatto contrario di tutto quello che ci avevano detto fino al giorno prima.
Quello che è successo è abbastanza semplice. Caduto Fazio, sbattuto in galera Fiorani e bloccata la scalata Unipol a Bnl, la partita si è improvvisamente complicata (a proposito di Fiorani, adesso che la guerra è finita non sarebbe forse ora di liberare i prigionieri? Quanti mesi deve restare quell’uomo in custodia cautelare prima di un regolare processo?). La partita si è complicata perché la banca romana non è andata agli spagnoli del Bilbao, come auspicato dai furbetti del salottino, ma ai francesi della Bnp che con Unipol hanno trovato un accordo piuttosto soddisfacente per entrambi. Nel frattempo, l’intervento della magistratura in simili materie, con tutte le forzature del caso, dopo Fiorani ha colpito Cesare Geronzi. E alla porta del nuovo governatore Draghi, non appena caduto Fazio, sono venuti a bussare in tanti, ma proprio tanti, tra i maggiori istituti stranieri ansiosi di comprarsi quel che resta del sistema bancario, finanziario e industriale del nostro paese. Ed è successo persino, udite udite, che la Consob si è infine decisa a buttare un occhio su quell’operazione Ifil-Exor condotta dalla Fiat proprio nella famosa estate dei furbetti, che su queste pagine abbiamo più volte segnalato come niente affatto dissimile dalle scorribande finanziarie che i giornali della stessa Fiat denunciavano con tanto vigore in quei giorni ipocriti e scandalosi (peraltro salutando l’intervento delle procure come l’arrivo dei liberatori).
Questi, molto sommariamente, i nuovi numeri del sudoku. Sullo sfondo, con l’interdizione di Geronzi da tutte le cariche, l’emergere dell’intreccio tra gli scandali Cirio e Parmalat, la crisi delle società di calcio e di tutto quello che in Italia rappresenta il potere reale. Nessuno però è rimasto interdetto quanto i commentatori di quei grandi giornali le cui proprietà non costituiscono certo gli ultimi fili di tale intreccio. E così abbiamo cominciato a leggere del valore dell’italianità e dei rischi di una funzione esorbitante della magistratura in campo economico. Sia chiaro, si è scritto, dinanzi all’eccezionale caso Fiorani era necessario un intervento della magistratura altrettanto eccezionale, ma dinanzi al caso Geronzi bisogna fermarsi a riflettere, perché se simili interventi della magistratura diventano la norma, allora non sono più eccezionali. E così si mette in pericolo lo stato di diritto, si capisce. Persino il Manifesto, che sul caso Unipol non aveva esitato a titolare l’editoriale di apertura con un sobrio “Il verminaio”, su Geronzi ha utilizzato parole quasi identiche a quelle di Silvio Berlusconi: un uomo onesto, un uomo probo (non per nulla Geronzi non ha fatto mancare il suo sostegno al quotidiano comunista quando questo si è trovato in difficoltà, come non l’ha mai negato a Berlusconi né ad alcuno tra i principali partiti dell’arco costituzionale e anche oltre).
Ma il caso Geronzi è la punta di un iceberg. La lunga estate calda dei nostri economisti ha toccato il suo momento più alto pochi mesi fa, quando sul Corriere della sera ci è stato spiegato come un unico “filo rosso” legasse la scalata Telecom di Colaninno e Gnutti alle recenti disavventure dei brasciani in Antonveneta e Bnl. Fiumi di inchiostro hanno riempito quotidiani, settimanali di sinistra e interi saggi per illustrare come lo stesso strumento adottato da Colaninno e poi da Consorte, il leverage buy-out (cioè la scalata a debito) fosse il simbolo del capitalismo rapace e opaco, non a caso messo al bando persino negli Stati Uniti in cui era nato, negli anni Ottanta, con le scalate dei peggiori speculatori di Wall Street. E oggi, su quegli stessi giornali, si cita pensosamente l’invito dell’autorevolissimo Economist a utilizzare proprio il leverage buy-out per svecchiare la nostra foresta pietrificata, né si perde occasione per perorare la causa delle grandi aggregazioni tra banche italiane per resistere allo straniero.
Sia chiaro, nessuno discute qui le pesanti responsabilità di Antonio Fazio. Nessuno intende riabilitare Fiorani o riscoprire il protezionismo economico. In merito, le parole pronunciate dal governatore Draghi al Forex ci paiono serie e meditate. Almeno quanto poco seri e ancor meno meditati ci sembrano gli elogi di tanti commentatori. Ma forse sarebbe ora di dire chiaramente se tutto quello che è stato scritto in questi mesi era o non era il frutto di una campagna di stampa a tutela degli interessi dei nostri industriali da salotto, ben lontani dalle nobili virtù e dagli alti principi ai quali tanto spesso si sono improvvidamente richiamati.

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