Vent’anni dopo Olof Palme

Meglio non parlare di come Olof Palme è stato assassinato, giusto vent’anni fa. La commissione che se ne occupa ha esaminato in questi anni almeno centocinquanta segnalazioni l’anno, ma, complice il ventennale, il loro numero certo aumenterà nel 2006. Si formula seriamente l’ipotesi che il più plausibile assassino, il balordo Christer Pettersson, abbia agito perché incitato in carcere a compiere un atto straordinario, o addirittura confondendo Palme con uno spacciatore che andava eliminato. In ogni caso, la quantità mostruosa di imperizie e distrazioni accumulate in questi anni, e a partire dall’attimo stesso dell’omicidio, avrebbe da noi certamente accreditato l’ipotesi di depistaggio, se non peggio. E da qui si può comunque ripartire con il ragionamento per noi più interessante: era amato o odiato Olof Palme? Certamente ambo le cose. Mai prima la Svezia aveva avuto un leader tanto bravo come comunicatore e tanto deciso in politica estera. Mai prima era apparso tanto evidente un “tradimento di classe”, con il trasferirsi di Palme, fisicamente, dai contrafforti dell’alta borghesia, da cui proveniva, ai bastioni dei lavoratori, uno dei quali, Vällingby, quartiere operaio di Stoccolma, aveva scelto come dimora. Kjell-Olof Feldt, ministro socialdemocratico delle finanze sotto la guida di Palme, ha ricordato in questi giorni quando con lui si sedette in un esclusivo club tennistico per assistere a un incontro di coppa Davis: “Incontrammo lì un pubblico che certo non apparteneva al nostro elettorato. E’ stato sgradevole vedere la rabbia che riluceva nei loro occhi quando hanno notato che c’era Palme. Credo che questo non lo fece sentire bene, ma non voleva farsi vedere impaurito, o rinunciare a muoversi liberamente fra la gente”. Dunque, prima considerazione: la Svezia e i paesi scandinavi in generale, a prescindere dalle ragioni della morte di Palme, sono certo democrazie relativamente armoniche, ma non quei paradisi irripetibili (e come vorrebbe sottolineare qualcuno) inimitabili in tutto: l’odio per l’avversario convive con la tradizione concertativa, e la lunga lotta per l’emancipazione dalla povertà e dalla subordinazione ha attraversato il Novecento in modo anche aspro, con strascichi e rancori. La Svezia non è sempre stata ricca, o democratica, o competitiva, o progressista. Qualcosa, certo anche settantaquattro anni di egemonia socialdemocratica, l’ha resa così. E soprattutto il confronto e anche lo scontro di classe (già: quello che il sociologo Esping-Andersen chiama “power mobilisation”) qui è avvenuto e ancora avviene in modi evidenti: con una tradizione partitica, rispetto alla nostra, meno interclassista, e con sindacati, di cui quello operaio schieratissimo con la socialdemocrazia, divisi lungo la linea dell’appartenenza professionale e non delle radici ideologiche come Cgil, Cisl e Uil.
Ma qui sta il punto. La riforma – anche di classe, purché democratica – del capitalismo, non conduce al comunismo, o a società povere, illiberali, poco competitive. Palme, soprattutto, è un grande leader novecentesco perché la sua opera politica e ideale sottolinea come l’Europa aperta, democratica e antitotalitaria sia stata costruita dalla famiglia socialista almeno (almeno!) quanto da quella liberale. E qui viene bene citare una delle grandi frasi del leader svedese: “Per cambiare le condizioni dei lavoratori occorrono leggi, misure di sostegno, ricerca, soluzioni varie, ma la cosa più importante è quella di liberare gli uomini in modo che possano creare il loro futuro con le proprie forze”. Sì, il blairiano superficiale e il liberale da marketing potranno anche sorprendersi, ma l’ha detto un socialista. Che coerentemente con ciò ha utilizzato i margini consentitigli dalla particolare neutralità svedese, da sempre più etica e attiva di quella introversa praticata in Svizzera, per rimarcare come non ci fosse un solo modo per perseguire i fini di libertà insiti nell’era moderna. Palme si troverà per giunta, prima crescendo come premier in pectore, poi conducendola in prima persona, a concepire e amministrare la alliansfrihet (così, “libertà da alleanze”, più che neutralità, gli svedesi chiamano non a caso la loro politica estera) in decenni di guerra fredda e decolonizzazione. Egli fu asperrimo critico dell’intervento Usa in Vietnam, e in ciò qualche sua estemporaneità (eccessiva concessione al clima di quegli anni) francamente si è verificata, come quando paragonò i pur feroci bombardamenti su Hanoi del natale 1971 ai crimini di guerra nazisti. Ma il nocciolo sta ad avviso del vostro scandinavista in un altro evento di tre anni prima. Palme, prossimo a sostituire Erlander alla guida del paese, partecipò a una marcia contro l’intervento americano in Indocina, e a un certo punto si trovò a fianco dell’ambasciatore nordvietnamita in Urss. Fece con lui una parte della strada, e le immagini dell’evento suscitarono riprovazione negli Stati Uniti e fra i partiti che lassù chiamano “borghesi” (a riprova ancora di quanto detto sopra circa l’interclassismo). Qualcuno lo accusò di insipienza, sostenendo che avrebbe dovuto anche fingere male a una gamba piuttosto che continuare a camminare con un personaggio così compromettente per un paese neutrale. La risposta di Palme fu: “Ma io non avevo male a una gamba. Né quel giorno, né quando, con i miei compagni, manifestai contro l’intervento sovietico in Cecoslovacchia”. Non si trattò solo di un’abile ed equilibristica difesa. Piuttosto, si trattò della pratica di una tipica idea socialdemocratica, sebbene privilegiata dalla neutralità. Perché sconfiggere i totalitarismi, a partire da quello sovietico, per Palme significava due cose: combattere, dai sindacati all’Onu, per la riforma democratica del capitalismo, e impedire che i movimenti di liberazione del terzo mondo fossero gettati fra le braccia dell’Urss. Grazie alla neutralità attiva e al tipo di democrazia occidentale rappresentato dalla Svezia egli, più di Brandt e Mitterrand, e più credibilmente di Berlinguer poté spendersi per rappresentare questo punto di vista.
Certo, ciò anche a un prezzo: l’Europa. Si calcola che tra il 1965 e il 1989 il 37% delle visite diplomatiche ufficiali svedesi abbiano riguardato il terzo mondo, e solo il 24% l’Europa occidentale. Oggi le percentuali sono rispettivamente il 18% e il 60%. Non c’è alcun dubbio che i successori di Palme abbiano dovuto correggere drasticamente la sua linea europea, e che anche per questo l’Unione non possa ancora contare sul pieno apporto del riformismo socialista scandinavo, che sarebbe assai prezioso. Perché l’Europa è la patria ideologica, la ragione storica e, nel nuovo secolo, l’unica autentica ed efficace prosecuzione del premier socialdemocratico svedese. Perché è ancora fertile la vita di Olof Palme, grandissimo socialista che dopo il cinema usciva con la sua famiglia per tornare a Vällingby, quartiere operaio di Stoccolma, quando è stato assassinato. E non si sa da chi. E non si sa perché.

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