Le aporie dei Big Brother di Matrix

In una Gran Bretagna quasi orwelliana, dove regna il coprifuoco, si alimenta la paura, si temono attentati terroristici, si perseguitano gay, lesbiche e musulmani, si intercettano le comunicazioni, si stigmatizza il dubbio e si scoraggia ogni ricerca indipendente della verità, dove c’è un Ministero per i materiali riprovevoli che censura un bel po’ di arte e letteratura, in questa distopica Gran Bretagna un uomo misterioso, V, che non toglierà mai la maschera che gli copre il volto, lotta per rovesciare la strisciante dittatura simil-hitleriana dell’Alto Cancelliere, che si fa forte della repressione dei castigatori e della persuasione martellante degli schermi televisivi.
La riflessione che questo film di James McTeigue, sceneggiato dai fratelli Wachowski (quelli di Matrix), vorrebbe ispirare, aggiornata ai temi del dibattito politico corrente, è più o meno di questo tenore: è terroristica la violenza contro un simile regime? Ed è in generale lecita la violenza per una buona causa, quando non c’è un tribunale innanzi a cui la buona causa possa esser portata? Queste domande prendono poi un particolare interesse quando vi si aggiunga una condizione supplementare: che cioè il regime contro cui usare la violenza si dia parvenza di democrazia. Poniamo cioè che sotto quel regime le persone conducano in genere una vita normale, in tutto simile alla nostra, salvo per il fatto che credono di godere di una libertà di cui non godono: in questo caso, è lecita la violenza politica per restituire gli uomini alla loro dignità?
Inserendo nella sceneggiatura (tratta da un fumetto degli anni ‘80) elementi prelevati dalla storia più recente, e in particolare dalla guerra al terrorismo islamista, gli autori hanno inteso coltivare il dubbio che anche oggi i governi gestiscono, quando non provocano, crisi politiche anche gravi al solo fine di conquistare o mantenere il potere, e che la telecrazia sia una forma di totalitarismo friendly, realizzata grazie alle capacità manipolative dei media. La qual cosa è del film la parte meno istruttiva. Oppure, se istruisce, istruisce solo sulla furbizia di Hollywood, di cui tutto si può dire meno che non sia il volto accattivante dell’attuale mondo della comunicazione. Da cosa mettono in guardia dunque i fratelli Wachowski: da loro stessi?
Forse sì, visto che la parte più interessante del film è il modo in cui il dubbio è istruito: c’è il vendicatore solitario, duro ma nobile e dalle buone letture, che uccide ma posa una rosa scarlatta sul cadavere delle sue vittime; c’è Evey, la ragazza pura di cuore coinvolta per caso nella vicenda; c’è tanta violenza ma in una lussuosa confezione. Soprattutto, però, non c’è modo di capire come V, il vendicatore, abbia potuto accumulare, in vista della vendetta finale, tutte le risorse di cui dispone. Oppure sì, si vede: è come nei videogiochi, in cui il giocatore ha in partenza un certo numero di vite a disposizione per condurre a termine la sua missione. I tratti gotici della vicenda, tra Batman e il Conte di Montecristo, gettano poi ancor più nell’oscurità qualunque problematica di carattere economico o sociale, mentre amplificano la shakespeariana convinzione che prima di rovesciare il regime occorre rovesciare le menzogne e la paura che il potere getta nell’animo dell’uomo.
Ma a quali condizioni può avvenire questo rovesciamento? Di cosa c’è bisogno? Del terrore. In questa risposta è scritto il fallimento del film. Il quale vorrebbe denunciare il carattere terroristico del potere, poiché è il potere che è responsabile del clima di terrore in cui versa il paese, ma finisce col mostrare, contro le intenzioni dei suoi sceneggiatori, che essendo veramente libero solo chi ha saputo resistere al terrore, bisogna indurre il terrore per liberare. Il terrore purifica. A questo punto, però, cade ogni differenza di principio fra il potere e la vendetta.
Se i fratelli Wachoswki avessero meglio compreso quale senso la storia da essi narrata libera, avrebbero potuto riscrivere con profitto il film per portare sino in fondo il gioco di maschere che esso inscena. Tanto esso è speculare, che non c’è alcuna ragione, a ben vedere, perché non si possa pensare che V altri non sia che lo stesso Alto Cancelliere, o per pensare al contrario che non vi sia alcun Alto Cancelliere, e che quella che si vede sugli schermi non sia che un’immagine. Tanto è fantasmatico il modo in cui si muove V, che entra ed esce da qualunque luogo senza incontrare resistenza alcuna, quanto è fantasmatica l’onnipresenza mediatica dell’Alto cancelliere, inavvicinabile anche dalla ristretta cerchia dei suoi fedelissimi.
Ma così i Wachowski avrebbero scritto solo un nuovo Matrix. E qui si vede che ad essere imprigionati da Matrix sono proprio i due fratelli, che per allontanarsi da quel film ne hanno scritto un altro secondo la stessa logica “cartesiana”, per la quale è possibile sostituire interamente la realtà (la tirannia) con una sua rappresentazione (il camuffamento democratico), ma solo per un tratto, altrimenti non si vede come se ne potrà uscire. Ecco allora predisposta in anticipo – non si capisce come – la via di fuga (le mille risorse di V, come certe pillole in Matrix), ed ecco sopratutto Evey, l’unica a transitare dal vecchio al nuovo mondo, e più volte dalla prigionia alla libertà. La quale Evey nulla ha a che vedere con la trama terroristica di V, ma costituisce l’aggiunta indispensabile per rendere V realmente distinguibile dal Cancelliere Sutler.
Diceva Hegel che la filosofia arriva alla fine. Ma a volte succede che invece arrivi prima. A negare sensatezza al dubbio iperbolico cartesiano, che tutto quello che vediamo e sentiamo sia frutto di un inganno malefico, ci ha pensato già nell’800 Charles Sanders Peirce. Ma il cinema continua a produrre film ossessionati dal malin génie di Descartes. Prima o poi, però, senza che nessuno li torturi, anche i fratelli Wachowski riusciranno a liberarsene.

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