La sinistra che ha paura del relativismo

La filosofa Luisa Muraro ha riproposto la questione della verità in democrazia (Il manifesto, 21 marzo). Lo spunto è offerto dal caso Irving, lo storico condannato in Austria per un reato d’opinione, come se fosse materia opinabile il fatto che gli ebrei furono uccisi a milioni dalla Germania di Hitler. Eppure, per non condannare Irving, dobbiamo accettare che nelle nostre società liberal-democratiche anche sul genocidio nazista ognuno abbia la propria opinione. Secondo la Muraro, se lo accettiamo, è perché abbiamo paura di una “concezione autoritaria e fanatica della verità”: nessuno infatti, e per fortuna, desidera infrangibili verità di Stato; nessuno desidera che sia stabilita per decreto una lista di fatti su cui non ci sia spazio per opinioni diverse. Eppure, scrive ancora la filosofa, dovremmo avere paura anche “di lasciare la verità esposta all’uso demagogico e strumentale, e di finire così tutti nel relativismo e nell’indifferenza”. Anche la Muraro accredita dunque l’idea che a lasciare a tutti la libertà di opinione ci sia il rischio di finire nel relativismo e nell’indifferenza. Se infatti uno Stato non sanziona le bugie sesquipedali di Irving, mostra di essere indifferente a che nel dibattito pubblico circoli la verità piuttosto che la menzogna sulle atrocità commesse dal nazismo.
Il fatto è che non è così. Nei libri di testo, nei programmi televisivi, nelle chiacchiere al bar, l’opinione di Irving è trattata per quel che è, anche senza il ricorso alla giustizia penale. Non è vero che versiamo in un imperdonabile indifferentismo, e non è vero non solo nelle materie di fatto, ma neanche nelle materie di valore. Potete verificarlo da voi stessi con il piccolo esercizio seguente: scegliete anzitutto una qualunque materia, empirica o valoriale, e guardatevi intorno per verificare se tutte (ma proprio tutte) le opinioni relative a quella materia ricevano lo stesso trattamento, abbiano il medesimo spazio nella vita pubblica, siano parimenti accolte e godano effettivamente dello stesso credito, nei luoghi di formazione del consenso o anche solo nei luoghi che voi abitualmente frequentate. Se trovate una roba del genere, per favore mandatemi una mail.
Ma, si dirà, in linea di principio sarebbe possibile. Qui in primo luogo rispondo che nemmeno in linea di principio lo è, ma essendo complicata la dimostrazione che dovrei fornire al riguardo mi accontento di osservare in secondo luogo che se anche fosse, la linea di quel principio sarebbe così lontana, così poco alle viste, che non vedo perché dovrei stare a preoccuparmene fin d’ora. Forse sarà pure troppo tardi se me ne preoccuperò solo quando quello stato di morte della verità nell’indifferenza si verificherà, ma adesso è sicuramente troppo presto perché me ne occupi da subito.
Ma la Muraro obietta: se siamo tutti d’accordo che in tribunale o a scuola non basta premettere un “secondo me” per giustificare una qualunque opinione, perché nella società dovrebbe essere possibile? Nessuno studente può dire a scuola, in nome della libertà d’opinione, che secondo lui Napoleone è nato e vissuto a Vibo Valentia: non lo può dire, senza essere sanzionato da un voto negativo. In società invece, si può dire un’enormità simile senza rischiare un voto negativo. Rispondo: ma lo si può dire davvero senza rischiare un voto negativo? Voi per esempio eleggereste a sindaco uno il quale pensi convintamente che Napoleone Bonaparte era calabrese?
Avendo a cuore la verità, ma non volendo imporla d’autorità, la Muraro suggerisce una concezione “relazionale e contingente” della verità. Suggerisce cioè di “pensare alla verità nei termini di un processo in cui sia coinvolta la comunità dei parlanti”. Non so a voi, ma a me sembra che dopo un lungo periplo la Muraro abbia trovato una buona definizione per quel che c’è già, ovvero le società liberal-democratiche. Le quali, quando funzionano, sanzionano in forme diverse dalla condanna penale l’opinione falsa e chi la difende, coinvolgendo la comunità dei parlanti invece che i tribunali. Certo, la Muraro può lamentare che esse non funzionano affatto, ma sarebbe altra questione. O almeno: non sarebbe una mancata sanzione penale per Irving e per l’apologia del nazismo il segno che quelle società non funzionano e non hanno a cuore la verità tanto quanto la Muraro.
E se poi non funzionassero, potrebbe mai essere che questo accada perché la verità in esse non riesce ad imporsi da sé? Se così fosse, non resterebbe che imporre la verità che non riesce ad imporsi. Ma questo dimostra solo che, a meno di non volere assumere una concezione autoritaria della verità (cosa che la Muraro dice di non volere fare), se una questione di principio deve effettivamente essere elevata, deve esserlo in direzione opposta a quella indicata da quanti accusano la democrazia di indifferentismo: nessuno Stato e nessuna società può infatti affidarsi al libero gioco democratico di formazione delle opinioni se, posto che la verità sia preferibile all’errore, non si ritiene che la verità si impone da sé in mezzo alle opinioni – o anche: che l’uomo in generale ha interesse alla verità. Democratico è solo uno il quale ritiene che la democrazia selezioni verità, proprio come autocratico è chi ritenga che sia l’autocrate a selezionare la verità per tutti. La democrazia non ha solo un fondamento negativo: nessuno possiede la verità, ma ne ha anche uno positivo: tutti, insieme, camminano verso la verità. Se dunque si vuole criticare la democrazia “da sinistra”, lo si faccia pure. Il mio modesto consiglio è però che si lasci ad altri (che di solito lo sanno fare pure meglio) la lagna sul presunto indifferentismo delle democrazie.

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