Difensori dei valori, figli del relativismo

A rovistare nella storia della filosofia si trova un po’ di tutto: vuoi che non ci sia stata una filosofia dei valori? C’è stata eccome, ed era una roba seria, e i suoi campioni furono Heinrich Rickert e Wilhelm Windelband. Tedeschi, gente tosta, che per conservare alla filosofia un compito in tempi in cui la scienza la faceva ormai da padrona, pensarono di ritornare a Kant, dopo le ubriacature dell’idealismo (o quelle che apparivano tali). I kantiani, in genere, ragionavano così: dato un giudizio, a quale condizioni esso è valido? La filosofia era per loro la risposta a questa domanda. Per Kant, si trattava anzitutto del giudizio scientifico, ma Windelband e Rickert largheggiarono, e presero a domandarsi a quali condizioni è valido ogni tipo di giudizio: un giudizio estetico, un giudizio morale, e così via. In questo modo diedero sì fondazione filosofica al giudizio, ma a un giudizio non più che ipotetico: se vuoi il vero (oppure il bello, o il buono: così e così definiti), allora queste sono le condizioni che il tuo giudizio deve osservare.
Se vuoi, dicevano: ma perché dovrei volerlo? L’intera fondazione trascendentale del valore (logico, estetico, morale, ma anche erotico, e mistico e religioso), tutto lo sforzo di procurare oggettività al giudizio definendone a priori le condizioni di validità, un’intera filosofia dei valori allargata a filosofia generale della cultura si trova appesa a un’ipotesi preliminare in cui fa capolino la mera preferenza soggettiva. Basta dire: “Non voglio”, e la complessa macchina trascendentale messa in piedi dal neokantismo finisce fuori uso. Per uno il quale voglia mettere in salvo il patrimonio dell’Occidente, affidarsi al concetto del valore non sembra così un buon affare.
E invece oggi non si parla d’altro. La linea del Piave sembra costituita proprio dai valori. Come se i difensori dei valori che si ergono a difensori dell’Occidente ignorassero – e quando si tratta di filosofi l’ignoranza è grave – che questa benedetta retorica dei valori che intasa il discorso pubblico è nata insieme, storicamente e filosoficamente, al relativismo: che sarebbe la malapianta che i suddetti difensori vorrebbero estirpare.
Per il lato storico, è sufficiente fare il nome di Nietzsche. Pensate: proprio Nietzsche ha di fatto dato larga diffusione al termine valore in filosofia – un segno abbastanza inequivocabile che con un discorso sui valori il nichilismo ci va a nozze. E un filo abbastanza robusto lega, tanto per dire, il sovvertimento di tutti i valori tradizionali di Nietzsche al politeismo dei valori di Max Weber. Tutte cose alquanto relativistiche ma ben radicate in quella logica del valore con la quale si vorrebbe difendere l’Occidente proprio dal relativismo (e dallo scetticismo, e dal nichilismo).
Per il lato filosofico (e per quel poco che si può mostrare in due righe): il valore non vale per ciò che è, ma è per quel tanto che vale. E per valere, ha bisogno di essere valorizzato. Deve essere voluto, per valere: a suo fondamento non sta un essere, ma un volere. Poggia su una scelta. E se proviamo a fondare la scelta sul valore stesso, non facciamo che avvolgerci in un circolo vizioso: il valore vale perché è scelto, ed è scelto perché vale. Sicché il filosofo dei valori – oppure il capotreno che sferraglia in difesa dell’Occidente, spostandosi però da Roma non più su che a Bologna, muovendosi cioè in territori ex pontifici – quel tal filosofo sta messo così: o si morde la coda nel circolo vizioso, oppure appende tutta la sua roboante retorica dei valori a una scelta soggettiva, cioè relativa. E il nemico in casa dell’Occidente che nei suoi manifesti dice di voler combattere senza risparmio finisce per ritrovarselo (temo senza avvedersene) alla radice del suo malfermo discorso.
Ma son cose che senza scomodare la filosofia ciascuno sa. Se uno chef accompagnasse un piatto al tavolo farcendolo con un discorso di difesa dei valori della gastronomia, la prima cosa che penserei è che tenta di rifilarmi qualche pietanza invenduta del giorno prima. Penserei che qualcosa in cucina non va e che mi vuole imbrogliare. Il piatto dovrebbe parlare da solo, senza bisogno di un cuoco querulo che mi spieghi come non ci siano più i sapori di una volta.
E invece coi valori dell’Occidente accade un po’ così, e coloro i quali se ne riempiono la bocca non s’accorgono che i valori di cui parlano, lungi dall’essere una difesa, sono nel migliore dei casi una resa, l’ammissione di una sconfitta, e nel peggiore una scusa. Una resa, poiché mettere l’intero patrimonio dell’Occidente sotto l’egida dei valori significa non credere più che l’Occidente sia quel che si vuole che valga. Significa rassegnarsi a difendere i beni di famiglia e rifugiarsi in parrocchia – che è la cosa che si fa sotto i bombardamenti, quando tutto o quasi è perduto. Oppure è solo una scusa, per rifilare pietanze che non si mangiavano più e che oggi qualcuno vuole tornare a servirci (ivi comprese la famiglia e la parrocchia, che sono cose tanto belle, a condizione che lo siano in mezzo ad altre un po’ più aperte e dinamiche). Ma in mezzo a tanta povertà di idee – poiché alla fine di questo si tratta, di una cronica mancanza di idee nuove, che si nasconde coprendola con la difesa di idee vecchie – di una cosa dopotutto siamo certi, nonostante si faccia ogni sforzo per smentirci: che l’Occidente è ancora di gran lunga meglio dei suoi difensori.

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