L’archeologia del ciclismo

Quando si dice che la Parigi Roubaix è una corsa d’altri tempi non lo si fa tanto per dire; già il fatto che si corra su strade pavimentate come nell’Ottocento, cioè in pavé, una via di mezzo tra i sanpietrini di Roma e i basoli delle antiche strade romane, già questo dovrebbe bastare a rendere l’idea. Sperdute strade di campagna che per aver ospitato la Roubaix sono state dichiarate monumento nazionale e in questo modo salvate dall’asfaltatura resuscitano per alcune ore, il tempo del passaggio dei ciclisti, per tornare, subito dopo, archeologia.
Solo in una gara come questa, poi, ferma per sempre agli anni ‘50 e che in questo ha il suo maggior fascino, può capitare, come ieri pomeriggio, che a pochi chilometri dal traguardo, tra l’uomo in fuga e gli inseguitori calino le sbarre di un passaggio a livello per far passare un oscuro treno merci diretto chissà dove; che i tre matti che inseguono tirino dritti a rischio della vita, e che tutti gli altri dietro siano fermati dal pubblico accorso a salvar loro la pelle mentre stanno tentando, anche loro, l’insano gesto. Tutto ciò in una corsa trasmessa in mondo visione e che è il secondo evento ciclistico più seguito dopo il Tour de France.
Solo in una corsa del genere, il progresso tecnologico, il carbonio profuso a piene mani nelle biciclette di oggi, può rivelarsi non solo un’inutile moda ma trovata estremamente dannosa. Chiedetelo a George Hincapie sbigottito e incredulo mentre va gambe all’aria su un tratto di pavé, con in mano il manubrio che per le vibrazioni gli si è staccato dal resto della bici. Chiedeteglielo se non preferiva il caro vecchio acciaio, per questa corsa. La modernità esige controllo, precisione, strade lisce e treni in orario; la Roubaix se ne frega. Del satellite, del carbonio, della diretta tv. E premia solo il coraggio, la classe e la fortuna. Nient’altro. Premia Fabian Cancellara che trova la forza per scattare sul tratto più duro di pavé, non guardarsi più indietro e andarsene da solo fino all’arrivo; entrare per primo nel velodromo, incredulo, con le mani davanti alla bocca come a dire: oddìo che ho fatto. Ha vinto il più forte e il più generoso, un ragazzo di 25 anni con una storia familiare che potrebbe essere dei primi del Novecento: Fabian Cancellara, svizzero, figlio di un italiano emigrato lì dalla Basilicata. Capite perché è una corsa d’altri tempi?

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