Le nuove librerie della città vecchia

Quando anni fa la Feltrinelli aprì una libreria a Salerno, città di circa 150.000 abitanti, di librerie ce n’erano, a voler esser generosi, tre o quattro, non di più. Oggi che Feltrinelli è la libreria più frequentata della città, cresciuta anche per numero di abitanti, sono arrivate anche la libreria Guida e la libreria Gulliver, ma un paio delle librerie di allora hanno chiuso, e la periferia è ancora il regno (si fa per dire) delle cartolibrerie.
Quando Feltrinelli aprì, in città i libri si acquistavano alla Libreria Internazionale, la più fornita. Oggi, la Nuova Libreria Internazionale è ancora lì, ma vivacchia a stento. Hanno spostato un paio di banconi, vendono testi universitari, ma dalle vetrine all’illuminazione, dall’età dei commessi a quella del registratore di cassa, tutto dice che la libreria è spacciata. C’era poi la Libreria Carrano di via Mercanti, nel cuore della città vecchia. Lì un anziano libraio si muoveva ancora come un rabdomante tra i libri, sistemati secondo un ordine invisibile. Oggi quella libreria non c’è più, e tra i libri degli scaffali Feltrinelli i clienti possono curiosare liberamente, spiando cartellini e fascette.
Quando Feltrinelli aprì, giovanotti come me esultarono. Finalmente potevo girare da solo tra le ultime novità librarie, prendere un libro e sfogliarlo, e guardarne un sacco tutti insieme, disposti in un ordine chiaro e comprensibile. Ma con mia somma meraviglia i vecchi frequentatori della Libreria Carrano non erano affatto entusiasti del nuovo negozio: avevano difficoltà a immaginare di scambiare quattro chiacchiere con i commessi, esperti della disposizione merceologica molto più che della merce. Quanto a Carrano, resistette un paio di anni, se ben ricordo, come consulente della nuova Feltrinelli; poi, andò via.
Non so bene perché racconto questa piccola storia di libri e librerie. So che mi torna in mente leggendo del primo sciopero nella storia del gruppo Feltrinelli, alle prese con il rinnovo del contratto. I punti di frizione vanno dai bassi salari alla carenza di organico, dalla forte flessibilizzazione dei nuovi assunti con contratti a termine alla organizzazione dei tempi di lavoro. Ma sul blog nato per sostenere e organizzare la mobilitazione in tutta la catena di librerie, village e megastore Feltrinelli/Ricordi si denuncia anche la progressiva dequalificazione professionale degli addetti, non più librai ma commessi, non più richiesti di consigliare libri, ma solo di sistemarli sugli scaffali. Come se il libro fosse una merce qualunque.
Il libro non è una merce qualunque. Ma non è neppure un oggetto sempre uguale a se stesso, oggi come ottanta generazioni fa. Sono accadute un mucchio di cose, prima che il libro diventasse un prodotto editoriale. E non si tratta solo dell’invenzione della stampa. Si tratta per esempio dell’invenzione degli indici o dei cataloghi, del rimpicciolimento dei caratteri e dell’uso delle abbreviazioni, della cucitura delle pagine e della copertina flessibile, tutte cose per importanza dei loro effetti paragonabili all’invenzione della scrittura alfabetica, cose accadute intorno al XII secolo che resero per la prima volta possibile l’uso privato del libro al fine “profano” della conoscenza. Prima, il libro somigliava alla vetrata di una chiesa gotica. Prima, leggere significava declamare o cantilenare, e le parole erano pensate come cibo, e i medici potevano consigliare di leggere come oggi consigliano di camminare dopo i pasti. Prima, i libri non avevano paragrafi, titoli e sottotitoli e non si usavano le virgolette. Prima, leggere significava fare la vita del monaco, e non aveva molto senso distinguere la preghiera dallo studio. Prima, una Bibbia pesava diversi chili e non si poteva certo tenere sotto il braccio – molto dopo, nelle Feltrinelli si sarebbe deciso di applicare uno sconto per ogni chilo di libri acquistati.
Ivan Illich ha raccontato tutte queste cose in un libro, Nella vigna del testo (la pagina è, in latino, un filare di viti), dedicato appunto alla nascita del testo libresco. Vi si impara fra l’altro che “la lettura libresca classica di questi ultimi quattrocento anni non è che uno dei parecchi modi di usare le tecniche dell’alfabeto”, modo da cui dipende la nascita della cultura, della scienza e della scuola così come li conosciamo oggi. Dipende la possibilità di discutere di un libro in un caffè, di farne oggetto di consultazione scientifica, di costruisci sopra un’educazione pubblica. Il libro di Illich reca un sottotitolo: per un’etologia della lettura. Che significa: il libro è un ethos, un modo di vivere e abitare il mondo, una natura seconda, posta in luogo della prima semplicemente naturale. Si capisce allora che i cambiamenti nel modo di usare i libri sono cambiamenti di clima e di mentalità, che investono il senso stesso dell’agire e del pensare.
Credo che per Illich, pensatore geniale e irregolare, portare allo scoperto altri modi lontani e dimenticati di vivere il libro avesse il senso di sottrarre l’esperienza fondamentale della lettura all’inconsapevolezza con la quale ad essa ci affidiamo per lo più. I “commessi” della Feltrinelli fanno perciò bene a difendere l’identità del libro, della libreria, e del servizio al lettore (e anche un po’ di diritti, che sembrano diventare sempre più aleatori). Ma ricordare come stavano le cose è sempre scelta destinata alla sconfitta, se non serve a inventare nuovi modi di usarle. Nulla è ineluttabile, ma questo non significa che tutto possa essere eluso. Io non so proprio come avrebbe potuto resistere la libreria Carrano, a Salerno. So che allora io esultai per l’arrivo della Feltrinelli molto più di quanto non mi dispiacqui per la scomparsa della storica libreria. Non so se avessi ragione, non mi pare però che avessi torto del tutto. E tra il torto e la ragione, forse, sta quello che dobbiamo ancora inventare.

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