Bisogni culturali di un uomo medio

Si è concluso a Roma il primo Festival della Filosofia. Qual è lo statuto della filosofia? In sede di presentazione dell’evento, i curatori – l’Associazione culturale Multiversum guidata dal filosofo Giacomo Marramao, la rivista MicroMega diretta da Paolo Flores D’Arcais – hanno inteso anzitutto spiegare il senso di questa iniziativa, che fa il paio con quella ormai tradizionale che si tiene a Modena ogni anno, nel mese di settembre. Perché un Festival? E cosa c’entra la filosofia con i Festival? Marramao e Flores sostengono con rapinosa lungimiranza che bisogna “produrre un evento capace di far uscire la filosofia dagli spazi ristretti dell’accademia”. In effetti, non è mica detto che la filosofia debba starsene esclusivamente in una sede universitaria. Anche a me capita, con il sole, di aver voglia di far lezione all’aperto. Si può fare filosofia a teatro, al cinema, oppure nei bar. A Parigi ci sono i café-philo, che non sono proprio come Les Deux Magots o il Café de Flore a Montparnasse, dove gli esistenzialisti mettevano i loro primi maglioni a collo alto, ma sono tuttavia abbastanza alla moda. Perché non il festival, dunque? Non è forse vero che la filosofia è nata per strada? Non è lì che ha vissuto Socrate, senza smettere mai di rompere le scatole al primo ateniese che gli capitava a tiro?
Dopo Socrate, in verità, sono venuti Platone e Aristotele, fondatori di scuole, ma questo non significa che alla filosofia non stia stretta la dimensione istituzionale. E poi, avete visto le migliaia di persone che affollano i dibattiti, dove prende la parola non un attore o un calciatore ma un raffinato intellettuale? Siete mai stati a Modena, vi siete mai mischiati alla folla che sciama da una tavola rotonda a una lezione magistrale? Non è il segno di un interesse imponente per la filosofia? Non bisogna dire, come disse una volta Hegel, che c’è bisogno di filosofia? Perlomeno c’è bisogno della parola, senza la quale pare non si possa più illustrare la filosofia (appunto!) di un nuovo format televisivo, o di una nuova rivista, o di una nuova associazione no profit.
I curatori, dunque, lo pensano, il Comune di Roma promuove, la Telecom sponsorizza, la Fondazione Musica per Roma organizza, e la filosofia va in scena. Rimane che qualcuno pensi la cosa. Uno dei maggiori filosofi italiani viventi, Carlo Sini, ama dire che di certo i filosofi non possono rimanere a far la guardia al bidone di benzina – fuor di metafora, non possono limitarsi a fare i custodi della tradizione, gli antiquari delle chincaglierie del passato. I filosofi devono rovesciare il bidone, e incendiare il mondo. Anche Heidegger pensava lo spirito come fiamma: è una visione un po’ pericolosa, qualcuno potrebbe prenderla sul serio, ma almeno non è mortifera come quella museale che coltivano gli storici della filosofia.
Quale visione però corrisponde alla dimensione festivaliera scelta prima a Modena e ora nella Capitale? È un bene che la filosofia si mescoli alla musica, al teatro, persino alla buona tavola, e che si faccia happening?
Se la filosofia soffre la dimensione istituzionale, e si trova spesso in conflitto con le facoltà in cui si amministra il sapere, è perché è per sua natura un po’ insofferente alle regole. Ovviamente, l’insofferenza si placa se appena alla filosofia sia dato di dettar lei le regole, di assegnare lei i posti e le parti in gioco. Ma dove lo si trova oggi un collega, uno scienziato, un professore che ancora consideri la filosofia la regina delle scienze? Viene da pensare che se oggi si trova sempre più spesso per strada, è perché qualcuno ce l’ha buttata. Forse non è la filosofia ad essere insofferente, sono gli studiosi seri che non la sopportano granché.
Per i curatori, però, non è questo il punto. Il punto vero è sottrarsi al dilemma: se “restare fedeli ai canoni della propria tradizione vanificando la possibilità di entrare in rapporto con il «senso comune», o rivolgersi a un ampio uditorio di non specialisti rinunciando al rigore del proprio lessico”. Si organizzano i festival per dimostrare cioè che la filosofia può diventare popolare senza diventare chiacchiera. Auguri.
Però a pensarci, posto pure che si riesca: perché la filosofia dovrebbe entrare in rapporto con il senso comune? Sono millenni che non fa altro che prenderne le distanze! Cos’è questa urgenza di spiegarsi al colto e all’inclita? D’altra parte, non risulta che fisici o musicologi, matematici o demografi nutrano analoghe preoccupazioni.
Ora, si badi: non voglio mica dire che la filosofia deve starsene rinchiusa in aule severe e polverose, inaccessibile al mondo. Ho detto prima che ho un irresistibile desiderio di tenere lezione ai giardini pubblici, e prima che si sospetti l’invidia, lo dico io: invidio la possibilità di parlare non a dieci studenti, ma a centinaia di motivatissime persone. Mi aspetto anzi un invito, che accoglierò senz’altro. Però, se sono disposto a mettere a rischio la statuto di sapere della filosofia – poiché di questo si tratta – non è affatto per venire incontro ai gusti del pubblico. Se sono disposto, è perché – anche questo ho già detto – la filosofia è per sua natura insofferente alle regole, e ben difficilmente riesce a costituirsi in un sapere controllato e certificato. Ma quando si vuole “produrre l’evento”, come scrivono i curatori, non è certo per mettere in questione regole, o inventarne di nuove, bensì per stare ben dentro le regole – come si dice – della società dello spettacolo, fornire a poco prezzo un supplemento d’anima, e soddisfare la quota parte di bisogni culturali che un esemplare umano medio, che viva in un paese industriale avanzato, ritiene di destinare a una meditata riflessione sul tutto.
Niente di male, per carità. Ma niente, temo, che scombini le idee, come solo la filosofia sa fare. Niente, nonostante il tema del festival sia addirittura instability, che entri in contraddizione con le regole del luogo, la logica dell’evento, il gusto medio e pure la buona educazione. Niente che getti un’inquietudine più profonda o invada con una gioia più duratura di una serata all’Auditorium.

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