La guerra non è finita

L’ elezione di Giorgio Napolitano, primo ex comunista al Quirinale, rappresenta un fatto storico. Come fatto di attualità, sulla strada del consolidamento della democrazia dell’alternanza e del bipolarismo, a nostro giudizio rappresenta un passo in avanti, piano. Se il traguardo è il riconoscimento reciproco tra le forze in campo, dopo la crisi che ha ridisegnato i confini della politica italiana nel ’92, bisogna anche dire che l’obiettivo massimo – ci si passi l’innocente gioco di parole – è stato mancato.
La candidatura di D’Alema era stata affacciata all’insegna del motto: “La guerra è finita”. La proposta avanzata da Piero Fassino dalle colonne del Foglio offriva un patto esplicito a Silvio Berlusconi: l’isolamento, nei rispettivi campi, dei fautori della guerra civile. Primo passo, ineludibile, per potere avviare una nuova stagione. Dalle riforme istituzionali alla giustizia, le maggiori forze politiche del paese avrebbero potuto così affrancarsi dalla tutela e dai ricatti di tanti interessati e impropri designatori arbitrali, con il loro codazzo di commentatori sportivi e guardalinee con il telefonino sempre acceso. Berlusconi non se l’è sentita, illudendosi di capitalizzare meglio la propria opposizione inflessibile alle prossime elezioni amministrative. Il centrosinistra e i Ds, per parte loro, non se la sono sentita di forzare. E hanno proposto una figura assai meno sgradita e “politicamente connotata”, come si usa dire oggi, quasi fosse un complimento. Noi abbiamo detto subito che ci sembrava un errore, e non abbiamo cambiato idea. Speriamo di sbagliarci, naturalmente.
Al di là delle manovre tattiche e delle polemiche quotidiane, le vicende politiche hanno però una loro linearità. La candidatura D’Alema avrebbe potuto nascere solo dal solenne riconoscimento – bilaterale – che la guerra era finita. Poiché quella candidatura è stata ritirata, bisogna concluderne che la guerra non è finita.
La prova definitiva l’ha offerta come di consueto il Corriere della sera. L’austero quotidiano della borghesia italiana sabato scorso si è trasformato infatti, ancora una volta, in una via di mezzo tra un verbale di polizia e un dossier dei servizi segreti. Andrebbe insegnato nelle scuole di giornalismo come si scelgono i brani di un’intercettazione da pubblicare (e quelli da non pubblicare), come si confezionano i verbali di un interrogatorio, come si titola e come si impagina al meglio un simile materiale. Ma soprattutto, quanto tutto questo valga più di mille editoriali in prima pagina per elogiare Walter Veltroni, infinitamente più di mille corsivetti non firmati per lodare la scelta di restarsene al partito di Piero Fassino, dopo avere spiegato nella stessa pagina che a costringerlo è stato l’infido D’Alema, lo stesso D’Alema finito nel titolo della paginata sulle confessioni di Fiorani perché – udite, udite – Consorte avrebbe detto di avere con lui ottimi rapporti (ma al primo punto di quella lezione andrebbe spiegato innanzi tutto questo: diecimila battute di interrogatorio non le legge nessuno, i titoli li leggono tutti). Chiunque abbia ancora a cuore l’autonomia della politica, a destra come a sinistra, dovrebbe sempre preoccuparsi, a nostro parere, quando la legittima contesa per l’egemonia diventa affare di dossier e di veline giudiziarie, messaggi ora ammiccanti ora intimidatori e simili giri di valzer.
La costruzione del partito democratico, adesso, sarà oggetto di molte attenzioni: il take over sul centrosinistra, tante volte tentato e tante volte fallito, si concentrerà sul nuovo soggetto, considerato a ragione come futuro detentore del pacchetto di maggioranza. I raider non mancano e sono già al lavoro, analogamente a quanto accade nel centrodestra, dove le accuse di tradimento contro l’Udc di Casini – e persino al suo interno – mostrano come Silvio Berlusconi abbia già cominciato a occuparsi, da par suo, dei propri aspiranti scalatori.
La guerra non è finita. Di conseguenza, non è nemmeno persa. E chiunque abbia ancora a cuore l’autonomia della politica in Italia, a destra come a sinistra, oggi non può permettersi di smobilitare.

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