Mark e la frustrazione del precursore

Alcuni tra voi mi chiedono anche di pubblicare i testi. Hey, se avessi voluto farvi leggere una poesia, li avrei fatti pubblicare sul cd. Il fatto è che la poesia mi dà ai nervi. I testi dovrebbero essere ascoltati nel contesto della musica – se riuscite a sentirli”.
Mark McLaughlin, alias Mark Arm, non dovrebbe lamentarsi troppo anche se avrebbe qualche ragione per farlo: è stato un precursore, il primus movens di un’intera scena e il più fedele continuatore di un’attitudine musicale. Per contro, in termini di fama, copie vendute, citazioni storiografiche, ha ottenuto meno dei suoi coetanei, collaboratori ed epigoni: i volti di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden sono scolpiti a imperitura memoria sul Mount Rushmore di Seattle e della storia del Rock. Il quarto ritratto, pure previsto, appare invece grezzo e collocato in un costone della montagna: i Mudhoney, insomma, hanno ricevuto un feedback decisamente inferiore a quello diffuso dalle incisioni in studio o dai roventi show nei club.
Gli inizi sono difficili e leggendari: Mark forma la sua prima band nel 1980 (“Mr.Epp and The Calculations”) ma impiega un intero anno a strappare l’ingaggio per un concerto; nel frattempo, si sono guadagnati il titolo di “Peggior Band Al Mondo” (qui Mark, forse, avrebbe dovuto capire) e un minuscolo ma prezioso seguito. Nel 1982 incidono un 7” e aggiungono un secondo chitarrista, proveniente da una garage-band: Steve Turner. L’accoppiata Arm/Turner produce una cassetta, si scioglie, riprova cambiando nome (“The Limp Richerds”) per sciogliersi di nuovo nel 1984. L’intesa tra i due è tuttavia cresciuta abbastanza da spingerli a riprovare con una nuova line-up che include i signori Jeff Ament al basso e Stone Gossard alla chitarra. Il gruppo viene chiamato Green River e mai nome fu più indovinato: a dispetto della breve durata, il fiume verde produrrà un’autentica inondazione musicale mescolando l’adrenalina del rock e del garage all’attitudine frenetica e nichilista del punk, senza dimenticare una vena di cupezza metallica. E prima che gli scienziati delle major si mettano al lavoro per sintetizzarne in laboratorio le acque, il fiume si divide dando origine a due impetuosi canali: i Pearl Jam da un lato e i Mudhoney dall’altro.
Ormai inseparabili (tanto quanto i deuteragonisti Ament/Gossard), Arm e Turner danno vita nel 1988 al nuovo progetto – nome ripreso da un film del genio dei B-sexy-movies Russ Meyer – con il bassista Matt Lukin (ex-Melvins) e il batterista Dan Peters (ex-Feast). Seguono sette lavori in studio (“Mudhoney”, ’89; “Every Good Boy Deserves Fudge”, ’91; “Piece Of Cake”, ’92; “My Brother The Cow”, ’95; “Tomorrow Hit Today”, ’98; “Since We’ve Become Translucent”, ’02) a cui si è di recente aggiunto “Under A Billion Suns” (’06).
Destinati sin dall’inizio a minor gloria dei contemporanei, i Mudhoney si sono nel frattempo evoluti verso un sound meno aggressivo, ma non meno corrosivo e fedele alle radici: blues, garage e hard-rock sono sempre a un passo e da “Since We’ve…” la componente psichedelica, già latente nel loro stile, ha assunto il comando. Il nuovo lavoro prosegue in questa direzione, aggiungendo – a dispetto della frase di Arm riportata all’inizio – una maggiore attenzione ai testi. Le undici tracce sono una piacevole ma non quieta immersione in un mondo di colori pastello che digradano verso le acide tonalità della decomposizione, descritti da chitarre nostalgiche e testi beffardi. “Hard-On For War”, con liriche al limite dell’osceno e “In Search Of…”, surreale e raggelata, sono i momenti migliori, seguiti da “Where Is The Future”, “Empty Shells” e “Blindspots”, dove ricorre il tema delle aspettative deluse e contraddette da una realtà mediocre e maleodorante (in più di un senso). Una marcia funebre per un futuro mai nato, condensata nel riff di “Where’s The Future”: “I want to live in an era of peace / Of Love and Justice, Wonder and Truth / I want a world run by giant brains / Instead of small-minded arrogant fools”.

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