Multilateralismi

E’ stata celebrata la ritrovata volontà di dialogo. Si sono organizzate importanti iniziative multilaterali. Sono stati espressi apprezzamenti reciproci per l’abbandono delle rigidità passate. Le velleità carolinge e anti-statunitensi, in voga nel 2002-04, sembrano ora appartenere a un’altra epoca. Le visioni allucinate (e allucinogene) dei neoconservatori fanno oggi sorridere; pochi adepti paiono ancora prendere sul serio i loro radicali progetti di destrutturazione/riarticolazione dell’ordine internazionale. L’impegno negoziale e la retorica multilateralista del segretario di Stato Condoleezza Rice ha negli ultimi due anni simboleggiato questo nuovo clima e alimentato speranze e ottimismi. Negli Usa, gli uomini saggi del tradizionale cosmopolitismo internazionalista e liberale hanno ripreso in mano il timone del dibattito pubblico, riaffermando la validità di topoi, categorie e prescrizioni del tradizione multilateralismo postbellico.
Ma la guerra in Libano ha d’improvviso fatto saltare tutte queste certezze ed illusioni: mettendo a nudo le tante aporie del sistema internazionale e, ancor più, dei rapporti euro-americani ed evidenziando l’impatto profondo, e troppo rapidamente dimenticato, dell’11 settembre. Quest’ultima crisi ha esaltato, una volta di più, una contraddizione di fondo: il contrasto tra un’interdipendenza globale che lega tutti i principali soggetti del quadro internazionale e la loro incapacità di cooperare e di giungere a soluzioni comuni, concordate secondo percorsi multilaterali. Tutti hanno bisogno di tutti – come abbiamo visto bene a Roma – ma nessuno riesce però a fare il passo indietro indispensabile a farne due innanzi.
Questa contraddizione si manifesta in modo emblematico nel Medio Oriente: locus della crisi attuale, ma soprattutto terreno dove le aporie si rivelano con chiarezza sconcertante, soprattutto nel comportamento del soggetto principale, gli Stati Uniti, dal quale dipende in misura determinante la possibile soluzione della crisi. Qui gli Usa, e chi ne guida la politica estera, si trovano stretti in una gabbia che ne limita grandemente le possibilità di azione e d’iniziativa. Prima ancora di poter agire e proporre una soluzione, Rice e il dipartimento di Stato si trovano cioè costretti, sul piano esterno e ancor più su quello interno, a una complessa e paralizzante opera di mediazione e contrattazione. Devono negoziare con Israele, che a dispetto di quanto affermato da molti non sta operando per conto degli Stati Uniti, ma sta creando loro, come già in passato, problemi e difficoltà di cui Washington farebbe oggi volentieri a meno. Devono dialogare con gli alleati europei, il cui aiuto nella regione è riconosciuto come indispensabile, ma dai quali li separa uno iato – analitico e prescrittivo – che proprio sul Medio Oriente è particolarmente forte. Devono cercare un qualche coinvolgimento del mondo arabo – incluso quello della stessa Siria – che la dinamica della crisi (e le azioni israeliane) rendono invece sempre più improbabile. Devono fare i conti con il quadro politico interno, in un anno elettorale nel quale un sostegno non riflessivo e automatico alle inziative d’Israele può costare assai caro, con i falchi liberal – che ormai includono la stessa Hillary Clinton – tra i democratici pronti a denunciare qualsiasi cedimento e indietreggiamento. Devono infine mediare con quei pezzi d’amministrazione, neoconservatori e nazionalisti come Cheney e Rumsfeld, di cui oggi tendiamo a sottovalutare l’influenza e la rilevanza.
È, questa, un’opera di mediazione sfibrante e continua: si gratificano i partner europei con un vertice internazionale che qualche buontempone nostrano interpreta come un premio alle iniziative di pace della città ospitante; si accolgono in parte le richieste britanniche per un cessate il fuoco “quasi” immediato; si inviano armamenti a Israele, per accelerare le operazioni e sperare di poterne condizionare le scelte; si placano i neoconservatori, inscrivendo anche quest’ultima guerra nel processo di stravolgimento dell’intollerabile status quo mediorientale.
Tutti sembrano trarre almeno un qualche motivo di soddisfazione, e questo è di per sé un mezzo successo diplomatico. Ma da questa sfibrante negoziazione multilaterale non sembra emergere una strategia, che non sia quella del cabotaggio quotidiano e del contenimento della crisi contingente. Per un’amministrazione che ha adottato e promosso una politica estera visionaria e radicale, mirante a una palingenesi dell’ordine internazionale, questa costituisce un’ammissione di sconfitta non da poco. 

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