Il primo passo della Finanziaria

La prima legge finanziaria del governo Prodi è stata presentata nei giorni in cui i telegiornali trasmettevano le immagini della celebrazione del centenario della Cgil. E mentre in edicola – causa lo sciopero dei giornalisti della carta stampata – i quotidiani di destra erano gli unici disponibili. I giornali, pertanto, hanno parlato di macelleria sociale contro il ceto medio. I sindacati invece, compresa la Cisl, hanno sottolineato il valore della redistribuzione operata dalla Finanziaria. Romano Prodi ha osservato che scendere in piazza contro una legge simile, come sembrerebbe intenzionato a fare il centrodestra, potrebbe essere persino “politicamente rischioso”.
Quale sarà il segno prevalente di quello che è a tutti gli effetti l’atto politico fondamentale di ogni governo, qualificante per l’intera maggioranza, lo si vedrà nei prossimi giorni, quando comincerà il suo esame in parlamento (dal quale la Finanziaria potrebbe uscire sensibilmente modificata). Dal punto di vista politico, però, due elementi saltano subito agli occhi.
Il primo è l’entità della manovra: 33,4 miliardi. Prima di ogni altra considerazione relativa alla composizione della cifra, alle scelte politiche sottostanti, ai suoi effetti macroeconomici e via almanaccando, il dato in sé merita qualche osservazione. Quando il governo annunciò che in ragione delle maggiori entrate l’entità della manovra sarebbe scesa dai 35 miliardi inizialmente previsti a 30, in molti profetizzarono l’inizio di uno strip-tease che alla fine avrebbe lasciato il ministro dell’Economia in ben misere condizioni, esposto ai rigori di Bruxelles e dei mercati finanziari internazionali, coperto solo da un’inefficace manovrina di poche decine di miliardi.
Naturalmente, poiché la pulsione autodistruttiva della politica italiana è impossibile da sottovalutare, nulla ci assicura del fatto che in parlamento la maggioranza non correrà in soccorso dei nostri profeti di sventura, dando loro ragione a posteriori. A oggi, però, occorre rimarcare come il dibattito attorno alle irriducibili contraddizioni della maggioranza sulla politica economica, al potere di ricatto delle forze minori e dei sindacati, alla debolezza e alla irresolutezza del presidente del Consiglio, alla fine della fiera, abbia seguito la stessa sorte dell’analogo dibattito svoltosi, tra la primavera e l’estate, in materia di politica estera.
Proprio come in politica estera, anche nella politica economica il governo dell’Unione si dimostra pienamente in grado di governare. Il passaggio da 30 a 33,4 miliardi della manovra si affianca idealmente al rilancio del ruolo internazionale dell’Italia nella crisi libanese. A meno che in parlamento la stessa maggioranza non decida di suicidarsi, si potrebbe dunque archiviare, anche per la politica economica, la vasta letteratura sorta attorno all’inevitabile crollo o alla lenta agonia del governo Prodi.
C’è però un secondo elemento che salta subito agli occhi. Ed è l’effetto ottico prodotto dalla coincidenza tra il centenario della Cgil e lo sciopero dei giornalisti. Con il sindacato in festa e i giornali in edicola a riecheggiare lo sdegno del Nord, la rabbia dei settori produttivi, le pulsioni di rivolta fiscale nei ceti medi.
In un paese che alle ultime elezioni si è diviso in due metà praticamente equivalenti, almeno in una prima fase e nel momento delle scelte più urgenti e difficili, appare quasi inevitabile che alla tenuta della maggioranza e del proprio blocco sociale segua, dall’altra parte, una reazione veemente dell’opposizione e di quella parte del paese che a essa fa riferimento. La capacità espansiva della maggioranza si misurerà nei prossimi mesi e – speriamo – nei prossimi anni. Tuttavia sarebbe un errore sottovalutare i “rischi politici” di una mobilitazione del centrodestra, che sarebbe naturalmente concentrata in quelle aree del Nord che rappresentano il principale punto debole del centrosinistra.
Il governo Prodi ha varato una finanziaria rigorosa, per l’entità e per la qualità degli interventi, ma che ha anche un segno inequivocabilmente di sinistra (né si vede perché questo dovrebbe stupire). Dall’aumento della tassazione sulle plusvalenze azionarie (accompagnata da un abbassamento di quella sui depositi) al cuneo fiscale, fino alla scelta – sacrosanta – di destinare gran parte del tfr all’Inps (e anche qui non stupisce la reazione della Confindustria). Il centrosinistra sta applicando il programma con cui è stato eletto, governando il paese in nome dei principi e delle idee con cui si è presentato agli elettori (assai più di quanto non abbia fatto il centrodestra, checché ne dica il professor Ricolfi). Resta tuttavia un problema strutturale, che non si poteva pretendere di risolvere alla prima legge finanziaria, a pochi mesi dalla nascita del governo, ma che sarebbe colpevole trascurare.
E’ certamente vero che il ridisegno delle aliquote non manderà in miseria nessuno, e che consiste in un’operazione di redistribuzione a beneficio della maggioranza dei contribuenti. Ma è evidente a tutti che il quadro che emerge dalle dichiarazioni dei redditi dipinge un paese che non somiglia nemmeno lontanamente all’Italia di oggi, e che non sarà solo con la lotta all’evasione che si risolverà il problema. Ed è altrettanto evidente che in questo quadro l’inasprimento della tassazione nei confronti di quella sparuta minoranza di anticonformisti che si ostinano a dichiarare quanto effettivamente guadagnano – o che non possono fare altrimenti, o che magari evadono anch’essi, ma con un po’ più di pudore – non rappresenta un preclaro esempio di giustizia sociale.
Resta un sistema di spesa sociale distorsivo, su cui ci siamo già soffermati giorni fa. E su cui, soprattutto, la parte migliore della sinistra si sofferma acutamente da dieci anni. Un welfare in cui negli ultimi trent’anni, all’aumentare della spesa spesso non ha corrisposto una diminuzione delle ingiustizie e della povertà nel paese, in cui quasi sempre il variare in diminuzione o in aumento dei suoi finanziamenti non ha prodotto alcun effetto apprezzabile sulle diseguaglianze, quando addirittura non si è verificata una dinamica opposta, in cui all’aumentare della spesa seguiva un aumento delle diseguaglianze.
Un sistema siffatto non produce solo ingiustizia sociale. Non solo alimenta – e giustifica – la rivolta dei ceti produttivi. Ma riflette anche un’immagine distorta del paese, una rappresentazione falsata dei suoi interessi, allevando nelle sue pieghe ogni forma possibile di rendita parassitaria. Non era pensabile, naturalmente, che alla sua prima legge finanziaria il governo Prodi potesse smantellare un sistema simile, frutto di stratificazioni decennali. E’ bene ricordare, tuttavia, che questo è il problema che si trova di fronte oggi. La stessa sfida che la sinistra riformista si trovò ad affrontare negli anni Novanta, in una fase di crisi ben più grave di questa (checché ne dica Padoa-Schioppa). L’avere allora portato l’Italia fuori da quella crisi rappresenta un merito storico del centrosinistra, nonostante tutti i limiti emersi in quell’azione frenetica, che ebbe esiti assai difformi. E che ha lasciato un’eredità che i cinque anni del governo Berlusconi non hanno certo alleggerito, ma che oggi il centrosinistra non può comunque disconoscere.

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