Gli svogliati cannibali di Umberto Eco

Le parole di Umberto Eco alla consegna dei primi diplomi del Collegio di Milano (raccolte da Repubblica, domenica) contengono un avvertimento prezioso. “Uso Internet – ha detto il professore – ma il più delle volte quello che ci trovo mi serve solo da «richiama memoria». Poi devo verificare su un libro”.
Così ho verificato su un libro: questa idea per la quale i dati che è possibile reperire in internet non sono che dei «richiama memoria» doveva infatti averla avuta già qualcuno. E infatti sì, ho controllato: l’ha avuta Platone, e non c’è volta in cui si parla di rete, di biblioteche virtuali, di e-book, di enciclopedie multimediali, di intelligenza connettiva, che non spunta fuori il monito di Platone. L’alfabeto, le lettere, la scrittura, non sono affatto una medicina per la memoria, dice il re Thamus, secondo quel che a Fedro, nell’omonimo dialogo platonico, narra Socrate (al quale altri, così dice, han riferito la cosa). Ingegnosissimo Theuth, ribatte il re, è tutto il contrario! Ora che potremo ritenere per iscritto finiremo col trascurare la memoria.
Socrate termina il racconto e commenta: è davvero ingenuo chi ignora la profezia di Thamus, credendo che le parole scritte siano qualcosa di più di un “richiama memoria” (un promemoria, a termini di vocabolario) sugli argomenti di cui tratta lo scritto. E l’ingenuità si paga, perché da un’anima che non abbia memoria non nascerà mai nulla: se la memoria deperisce, l’anima isterilisce; se non ha nulla dentro, nulla partorirà. Così anche Umberto Eco meditava, ieri al collegio, con platoniche parole che ci permettiamo di annotare: “Non voglio richiamarvi all’uso della penna d’oca [= anche Platone metteva sull’avviso, ma scriveva eccome!], ma ricordarvi che la formazione avviene solo attraverso un rapporto spiritualmente cannibalesco tra maestro e allievo [Platone: ci vogliono anime congeniali, bisogna fare in modo che quello che si ha dentro sia unito a quello che si ha fuori]. Un rapporto che può svolgersi solo in presenza e non nell’assenza, che è tipica dell’informazione virtuale [Platone: il discorso seminato con la penna non può difendersi, non sa rispondere, dice sempre la stessa cosa, perché il suo autore è assente e non può soccorrerlo]”.
Insomma, dice Eco: la presenza è importante. Tutto il virtuale che volete, ma alla fine il maestro deve essere presente. La cosa sembra ed è di buon senso, ma non è affatto così semplice come pare, se non altro perché sul modo d’essere presente di ciò che è presente molto si dovrebbe dire (e s’è detto). Ma non filosofiamo troppo; atteniamoci, piuttosto, all’esperienza. Nella quale tutti noi sappiamo di avere imparato un mucchio di cose proprio grazie all’assentarsi, al sottrarsi, al ritirarsi delle figure sotto la cui guida sapiente (ma occhiuta) si compiva la nostra formazione. La prima di queste guide, cioè Dio, ha pensato bene di assentarsi dal mondo proprio perché facessimo le nostre esperienze e diventassimo così, nel bene di questa assenza, uomini. Kant amava dire che non eserciteremmo affatto la nostra libertà morale se Dio fosse davvero e fisicamente presente in mezzo a noi, e per esempio mostrasse ‘dal vivo’ le fiamme infernali che ci attendono nel caso mancassimo ai nostri doveri. E sempre in ambito teologico, è stata una bella fortuna se Dio ha pensato bene di ispirare la scrittura della Bibbia, invece di dettarcela in presenza ogni santo giorno, perché solo di una scrittura è possibile fornire (prendersi la libertà di fornire) più di un’interpretazione – e proprio per le ragioni che biasimava Platone: perché Dio non è presente, perché il libro, per quanto ispirato, non parla e non può difendersi, eccetera eccetera.
Lascio ora perdere i teologumeni e vengo a percorsi esperienziali più banali: tutti noi abbiamo letto cose che non era il caso di leggere, frequentato luoghi che non era il caso di frequentare, incontrato persone che non era il caso di incontrare (letto articoli che c’era stato consigliato di non perdere tempo a leggere e commentare). Per queste vie traverse, per queste tergiversazioni nella distanza, per queste piccole deroghe consentite dall’assenza, abbiamo messo su un mucchio di esperienza che non avremmo potuto compiere se ci fossimo mantenuti ligi, in fila dietro l’autorità spirituale del maestro.
Eco ritiene che l’assenza sia “tipica dell’informazione virtuale”. C’è da sperare che la breve sintesi del giornale non abbia riportato il suo intero pensiero. Poiché l’assenza non è tipica dell’informazione virtuale più di quanto lo sia dell’informazione scritta, come (s’è visto) lamentava Platone; quel che è invece tipica è ogni volta la modalità di questa assenza (e così anche della correlativa presenza). Bastano le poche parole di Eco per capirlo. La presenza che egli invoca è quella, fisica, del maestro, ma il cannibalismo al quale invita l’allievo è (saggiamente, devo dire) soltanto spirituale. Ma cos’è lo spirito, e come si fa presente? Lo spirito è anzitutto ed essenzialmente la distanza e l’assenza che consente a Eco di inventare le sue ardite metafore. I cannibali non ci sono più (per fortuna!), ed Eco può scherzarci su, e grazie a questa assenza inventare una presenza spirituale.

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