Scoop

Credo che Woody Allen sia a caccia dell’opera postuma, ma temo abbia fatto un po’ tardi. Se fosse una rockstar sarebbe più facile, ammettiamolo. Scegliere i pezzi nel reportorio di una vita, infilarli uno dopo l’altro, sorridere mentre il mondo acclama il “Best of” definitivo e poi ritirarsi compiaciuto dalle scene. Invece fa il regista, perciò gli serve maggior impegno. Certo non aiutano le passioncelle recenti: Scarlett Johansson non vale (un bottone del gilet di) Diane Keaton e Londra, attraverso i suoi occhi, non può diventare New York – Hugh Jackman, invece, è rubacuori proprio come si deve. Insomma, “Scoop” è una prova tecnica di antologia. Prende i migliori successi – le ambizioni giovanili, il sesso, la morte, i fantasmi, la mamma, l’omicidio e la magia – e unisce i puntini. Si concede persino il lusso di una dichiarazione d’intenti da strillare in copertina: “Come nascita sono di religione ebraica, poi mi sono convertito al narcisismo”. Che va bene trattare Woody Allen da vecchietto rintronato ma rimane assai più lucido di quanto certe battute malriuscite lascino intendere. Sa perfettamente quale dovrebbe essere il risultato finale e segue la ricetta con scrupolo e con la consueta leggerezza. Solo che alla fine manca un pezzo. Niente di grave, se quel pezzo non fosse – mi si perdoni il tono un po’ solenne – la storia. E non sono tipa da attaccarsi ai cavilli della plausibilità o controllare il rigore di ogni incastro, io. Davvero. Io sono una che si ricorda di star guardando un giallo solo quando alla fine svelano – con mio stupore e autentica meraviglia – l’assassino. Escludendo l’ipotesi di essere diventata d’improvviso molto intelligente, quindi, ho cominciato ad agitarmi sulla poltrona all’ennesima incomprensibile ingenuità. Non perché fosse necessaria una sceneggiatura blindata, no: lo so che è una commedia. Ma se “Scoop” lascia il tempo per domandarsi quanta della stupidità di Sondra Pransky sia indipendente da Miss Johansson, vuol dire che non diverte abbastanza. E questo è imperdonabile. Allo scopo sarebbero potuti tornare utili, per esempio, dialoghi scritti a sensi alterni. Invece l’unico che ogni tanto fa sorridere è lui, il settantenne Mr. Splendini – e Hugh Jackman, sì, ma per motivi del tutto estranei alla narrazione. Gli altri recitano, per la maggior parte del tempo, un copione qualunque. E il dubbio triste è che si tratti di pigrizia, anziché di vanità. Perché doveva essere la sua ultima prova di attore – dicono – e un’uscita di scena memorabile, per quanto ben architettata, necessita comunque di un coro di accompagnamento. Quindi facciamo che di “Scoop” – oltre al narcisismo confesso, da usare come iscrizione sulla lapide – teniamo buono per il testamento giusto il fantasma. Si chiama Joe Strombel e faceva il giornalista intrepido, aria da trench e sigaretta. Per tutto il resto – volendo, anche Hugh Jackman – aspetteremo che Woody Allen ci provi ancora.

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