Caserta, un conclave senza cardinali

Ci sono due regole basilari della politica, di cui il centrosinistra fa volentieri a meno nei tempi recenti: la prima consiste nell’evitare di alimentare illusioni; la seconda nel vendere bene quello che si fa. Il seminario di Caserta è stato proposto per arginare le polemiche provocate da una Finanziaria che ha risanato accrescendo spesa e prelievo fiscale, rinviando le scelte sui meccanismi di spesa (pensioni, pubblico impiego, sanità). Inoltre, dopo il risultato deludente del primo pacchetto di liberalizzazioni, si puntava su Caserta per far quadrato su professioni, servizi a rete, concorrenza, infrastrutture, dando il via al pacchetto di misure necessarie per la modernizzazione del paese. Il fatto che su questi temi potesse darsi una dialettica vivace tra riformisti e antagonisti avrebbe dovuto rappresentare un’eventualità, magari auspicabile, non il presunto oggetto del seminario. Ad ogni modo, non si poteva prescindere dagli equilibri di governo consolidati nel programma elettorale dell’Unione, a meno che non si ritenesse (ma questa non è stata mai la tesi esplicitata) che con la Finanziaria la rotta del governo abbia flettuto a sinistra e fosse dunque necessaria una correzione di linea anziché un cambio di passo.
In questo contesto, dato lo spazio politico del centrosinistra determinato dal voto, l’unica strategia possibile è quella che si assapora, senza incertezze, dalla lettura del programma dell’Unione, dove sui temi spinosi si invoca un metodo, mai una soluzione. E dove comunque si percepisce un’idea di governo dell’economia, di stato e di pubblica amministrazione di pura derivazione socialista democratica, con fortissime influenze sindacali (non solo intesi come sindacati dei lavoratori, ma anche della grande industria).
Dato il quadro, non si comprende perché dalle file riformiste si sia dato vita a questo spettacolo desolante, fatto di continui annunci mai seguiti da proposte articolate e definite da mettere sul piatto del governo per la mediazione del presidente Prodi, la cui presenza alla guida dell’esecutivo per questo, e non per altro, si giustifica.
E così dunque: annunci ripetuti, ultimatum, sfide. Secondo il linguaggio povero dei talk show, per partorire la solita agenda delle buone intenzioni, da concertarsi prima con le parti sociali, naturalmente.
Fatevelo dire da un riformista di scuola liberale che vive al Nord, dove il consenso del centrosinistra tende ormai alla marginalità: noi, qui, sappiamo bene per quale asse politico abbiamo votato, mica ci aspettavamo Tony Blair. E nemmeno Zapatero.
Questo equilibrio politico riforme non ne darà. Non quelle necessarie, almeno. Quindi ci si concentri sull’equità, si ponga mano a qualche correzione e si rimedi a qualche stortura, non ultima quella massimamente sviluppata dall’esecutivo precedente, impegnato quasi esclusivamente nel dare spazio ai furbi.
Sullo sfondo dell’attività del governo, la cui azione dovrebbe essere tenuta al riparo dalle polemiche e valorizzata, bisognebbe giocare la partita politica per il futuro. Quella delle riforme istituzionali, elettorali e politiche, a partire dalla nascita del Partito democratico. Ora, però, mi pare stia avvenendo il contrario: il Partito democratico si propone come il contenitore che non sceglie, e al tempo stesso chiede al governo di fare quelle scelte che il principale partito della maggioranza (Ds-Margherita) non può, non sa o non vuole fare.
Tanto più che darsi un programma socialdemocratico, in un paese che socialdemocratico non è mai stato, non è cosa di poco conto: passa attraverso un rilancio dell’efficienza, politiche industriali ed energetiche di sicuro impulso, decisioni su infrastrutture, porti, strade e ferrovie di grande portata. Passa attraverso il rilancio di una scuola pubblica e di un sistema universitario e formativo oggi lenti e corporativi, da un risanamento fiscale all’insegna dell’equità. Si concentrino ben bene su questo, i leader del centrosinistra, e molto sarà loro riconosciuto. Soprattutto dagli utenti, ma anche dai capitani poco coraggiosi delle grandi famiglie del capitalismo italiano, che invocano dismissioni e liberalizzazioni con i soldi nostri.
Ecco, però, non ci facciano pesare ogni giorno questo atteggiamento da buoni samaritani, da cattocomunisti in pedalò l’estate e in tonaca da neve l’inverno, da soccorritori di anime perse nel gorgo del benessere individualista, da persecutori degli italici vizi. Ché poi, a ben vedere, i vizi peggiori – italici, non c’è dubbio – sono quelli determinati dagli intrecci tra pezzi del potere economico e finanziario e certi uffici giudiziari, su cui continua a giocarsi il risiko che si sviluppa, con alterne vicende, a partire dalla metà degli anni Novanta, con la politica nell’angolo a prenderle regolarmente. Ma questo è un altro tema, su cui la divisione interna al campo riformista fa assai più male della cattiva immagine di Caserta.

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