Elementi di pedagogia latorriana

Abbiamo tutti tra i cinque e i sei anni. Turigliatto, che non si è più ripreso dalla visione di Candy Candy e, convinto di essere il principe della collina, vuole tornare a potare le rose. Rossi, che si lamenta nessuno voglia mangiare con lui, ed effettivamente è una vergogna che le maestre di sostegno non puniscano i bambini che isolano gli altri bambini, poi dice che non bisogna dare i soldi alle scuole private. Cossiga, che fa la smorfiosa e s’incapriccia e pesta i piedi perché Marini gli chiede di concludere il discorso nei tempi previsti. Velardi, che ogni volta che si trova di fronte una telecamera un taccuino un qualunque testimone ripete la filastrocca senza rime che lui era brufoloso e quindi è dovuto diventare comunista per forza altrimenti nessuno gli sarebbe stato amichetto e bisogna pur organizzarsi politicamente per limitare i danni di un’infanzia infelice – il Topexan non basta. Io, che quando cade il governo l’unica analisi politica che riesco a formulare è che l’ho sempre saputo che erano una famiglia di stronzi, d’altra parte quando mi bocciarono all’esame di storia del cinema il corso monografico sulla Nouvelle Vague era del fratello di Turigliatto.
Abbiamo tutti tra i cinque e i sei anni, e il papà non ci si fila. Fa tardi in ufficio e, come nelle migliori tradizioni da kleenex-movie, dal “Tempo delle mele” in su e in giù, ha altri impegni il giorno della nostra recita, e noi dal palco, piccoli e piangenti, con un costume da pianta grassa indosso, guardiamo il posto vuoto in platea, coi lacrimoni che colano e il moccio al naso, mentre i violini sviolinano. Abbiamo più cinque anni che sei, e il papà non ci vuole bene. Quindi, com’è normale, facciamo di tutto per attirare la sua attenzione. Ognuno fa la sua parte. Noi facciamo i capricci, e il papà fa lo stronzo. Invece di darci un po’ di corda, come suggerirebbe il più elementare buonsenso e il più economico psicologo infantile, lui si mette una brutta giacca (deve avere lo stesso sarto di Letterman, tagliate così male non se ne vedono addosso a nessun altro) e fa un discorso di severa fermezza. Nessuna concessione, neppure la tv la domenica quando abbiamo finito tutti i compiti, il Risiko di papà non si tocca e non si mangia fuori pasto. Se non vi va bene, andatevene di casa. Non importa che a cinque anni non si possa andare da nessuna parte, neanche abbiamo imparato bene come sia la storia di guardare da una parte e dall’altra prima di attraversare, ancora, neppure abbiamo una paghetta, ancora, dove possiamo andare mai? Lui lo sa, ed è un cattivo genitore. Gode a umiliare i piccoli. Lascia che ce ne andiamo sbattendo la porta, sapendo che torneremo subito: non abbiamo un posto dove andare, e fuori piove è un mondo freddo.
È colpa di D’Alema. Ignora il metodo Montessori, questo è evidente. È un genitore all’antica, pensa che le smancerie siano competenza della mamma, e che a lui spetti la disciplina. Non è per niente metrosexual, non è un genitore adatto alla contemporaneità e ai bisogni dei piccoli senatori del 2007. Che vogliono essere coccolati, portati alle giostre, a comprare lo zucchero filato… Cosa costava, dar loro un po’ di retta, invece di fare la faccia brutta e il discorso severo? Cosa costava un sms, la promessa di qualche minuto in più di Playstation, o anche solo una gita a Vicenza, magari con un picnic a metà strada? Non lo sa, che a quell’età si ha bisogno di molte attenzioni? Di sentirsi bambini speciali? Di farsi notare? E dopo, anche se si erano comportati male, era il caso di metterli in castigo così pubblicamente, di umiliarli davanti a tutto l’asilo lasciandoli mangiare da soli?
Abbiamo tutti cinque anni, e la scoperta della settimana è che l’unico che si avvicina alla maggiore età è Nicola Latorre. Lo si nota quand’è circondato. Alla fine di una settimana lunghissima, su una televisione minore è stato trasmesso l’ennesimo talk show. Condotto da un giornalista di destra che ovviamente si professa di sinistra, ma – che dinamica inedita! – a sinistra nessuno voleva giocare con lui. Presenta, il conduttore, una “critica dalemiana al dalemismo”, che non vuol dire niente ma suona bene, ed è in sostanza il memoir d’un ragazzo perbene, uno che giocava nell’ufficio di papà sperando che quello, tra una riunione e l’altra, gli desse un po’ retta; e invece niente, il piccino restava sempre affidato alle segretarie, e a volte addirittura scambiato per una di loro. E, siccome anche a cinque anni la pazienza ha un limite, Andrea Romano se n’è andato di casa, trasformandosi in Christina Crawford, e rilegando in volume le inadeguatezza paterne di Joan D’Alema. Nello studio televisivo in cui tutti sarebbero tanto volentieri stati di sinistra – se solo qualcuno a sinistra se li fosse filati, invece di lasciarli in un angolo senza giocattoli – a parlare del memoir politico “Papino caro” è stato convocato Nicola Latorre. Che, avesse anche lui cinque anni, prima o poi direbbe a qualche programmista: “Ma non vi interesso come persona? Possibile che mi chiamiate sempre per fare l’interprete autentico del pensiero di D’Alema? Io ho opinioni mie, sappiatelo. Volete giocare con me, o vi interessa solo che porti il mio amichetto più bello più ricco più importante?”. Invece Latorre è di una maturità quasi postadolescenziale, francamente stonata in cotanto contesto, e se ne fotte. Non si mette a discutere, d’altra parte può un adulto mettersi a discutere con dei cinquenni che non hanno fatto il riposino e ora capricciosamente rifiutano le verdure? Al massimo può fare da babysitter. Da supplente. Da portavoce del genitore. Da padre surrogato. Papà aveva un altro impegno, ma mi ha mandato a dirvi che siete stati bravissimi, leggerà il vostro libro e guarderà il vostro programma e metterà all’ordine del giorno la vostra mozione appena potrà. E ora andate a lavarvi i denti.

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