La colonna sonora dei Ds

Il quarto congresso dei Ds, da poco tenutosi a Firenze, ha mantenuto le promesse sul piano dell’importanza politica e delle emozioni che protagonisti e osservatori vi hanno riversato. Non si può dire altrettanto della colonna sonora che ha accompagnato i lavori, un medley di evergreen in chiave simil-etnica alquanto impersonale. In realtà, ascoltando con attenzione, la colonna sonora autentica emergeva all’interno dei discorsi di alcuni tra gli intervenuti. Questa è la tracklist.
Piero Fassino: “Sì, serve un pensiero nuovo per un secolo nuovo. E non perché ciò che abbiamo fatto ieri fosse sbagliato. Anzi, il Novecento è stato secolo di straordinarie conquiste di civiltà, di progresso, di emancipazione. Ma nel bagaglio di quelle esperienze non troviamo oggi le lenti, gli attrezzi, gli strumenti per leggere e agire in un tempo nuovo in cui tutti i caratteri della società – modo di produrre, di consumare, di lavorare, di comunicare, di relazionarsi agli altri, di concepire e organizzare la vita individuale e sociale – sono cambiati profondamente”.
(“Call me pessimistic, the glass is empty/ After the blast a new society/ Fear spawns greed and see what it brings/ A world where no one enjoys the small things/ Happiness comes from these and within/ But we will never find it if we’re boiling in sin”, Biohazard, “State Of The World Address”).
Fabio Mussi: “Non mi si dica che, se si cerca il legame tra passato e presente, si parla di cose incomprensibili a chi avrà venti anni nel 2010. I giovani ci portano mondi nuovi, e noi dobbiamo sempre esortarli alla storia: a ricostruire incessantemente la memoria collettiva, conoscere le radici, comprendere i risultati dei processi storici, e i ‘sentieri interrotti’, le cose che avrebbero potuto essere e non sono state. Cancellare le tracce è diseducativo. Quando il Moderno si presenta come il nuovo assoluto, in verità è già decrepito”.
(“Once it was just innocence/ Brash ideas and insolence/ But you will never get away/ With the things you say today/ But you can try if you want/(…) Maybe things were better then/ Before you led a promised life/ Rash commitments and heavy raps and left wing spiel all compromised/ (…) Cry if you want”, The Who, “Cry If You Want”).
Gavino Angius: “Neoliberismo e neoconservatorismo hanno prodotto questi danni. Per non tacere del male oscuro delle società moderne che colpisce i giovani. Negli Stati Uniti abbiamo visto a cadenze annuali le stragi nelle università; da noi, invece, a cadenza settimanale vediamo le stragi del sabato sera. Non so cosa sia peggio. Quel senso di fragilità e di violenza che travolge le nostre vite è il segno di un vuoto”.
(Beyond the staples center you can see America/ With it’s tired poor avenging disgrace/ Peaceful loving youth against the brutality/ Of plastic existence/ Pushing little children/ With their fully automatics/ They like to push the weak around/ Round, round”, System Of A Down, “Deer Dance”).
Anna Finocchiaro: “S’aprì una questione tra gli ateniesi quando la minaccia persiana si fece incombente. Non era solo questione di eserciti: da una parte la democrazia ateniese, dall’altra un impero autocratico. La questione era chiara a Erodoto, ed Eschilo ne scrisse nella sua tragedia. Si fronteggiavano due diverse opinioni: Aristide insisteva perché Atene fosse cinta di mura robuste, Temistocle sosteneva che occorresse armare subito una flotta. Prevalse l’opinione di Temistocle e, nelle acque di Salamina, i persiani vennero sconfitti. Anch’io credo che oggi sia l’ora di legare all’albero una tela e di combinare la rotta e la deriva”.
(“I see your hunger for a fortune/ Could be better/ Served beneath my flag/ If you’ve the stomach/ For a broadside/ Come aboard my pretty boys/ I will take you and make you/ Everything you’ve ever dreamed/ Make fast the guns tonight we sail/ When the high tide floods the bay”, EL&P, “Pirates”).
Gianni Cuperlo: “Scriveva Saba: ‘Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha conosciuto, in tutta la sua storia, una sola vera rivoluzione?’. La risposta, diceva – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Ed è questa: ‘Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Siamo l’unico popolo che abbia alla base della propria storia (o della propria leggenda) un fratricidio. Mentre è solo col parricidio (l’uccisione, o il superamento, dell’autorità che c’era prima) che si inizia una rivoluzione’”.
(“You’re born into this life paying/ for the sins of somebody else’s past/ Daddy worked his whole life for nothing but the pain/ Now he walks these empty rooms looking for something to blame/ You inherit the sins, you inherit the flames/ Adam raised a Cain”, Bruce Springsteen, “Adam Raised A Cain”).
Massimo D’Alema: “L’Italia non è uscita dopo molti anni da una lunga e logorante crisi democratica. Rimane in bilico fra tentazioni personalistiche e plebiscitarie e un parlamentarismo frantumato, rissoso, impotente, lento rispetto alle necessità di una democrazia moderna”.
(“We Gotta Get Out Of This Place”, Grand Funk Railroad).

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