Contro il veltronismo

Cosa si può dire di un segretario di partito che proponga agli avversari un ambizioso progetto di riforme istituzionali, parlando di occasione storica e non esitando ad aggiungere che il fallimento comporterebbe addirittura “rischi per la democrazia”, e che subito dopo affermi, come se niente fosse, che comunque il suo partito si presenterà alle successive elezioni con un’altra proposta di riforma delle istituzioni e della legge elettorale? Come si può prendere sul serio l’iniziativa di Walter Veltroni nel momento in cui Walter Veltroni per primo, nella sua intervista di sabato a Repubblica, mostra di prenderla così poco sul serio?
Non si può sostenere che le regole del gioco vanno scritte in accordo con gli avversari e al tempo stesso, nel bel mezzo della trattativa, annunciare che si presenterà un altro e opposto progetto agli elettori. Non si può sostenere fino al giorno prima che il sistema tedesco porterebbe alla nascita di un grande centro capace di condurre una politica dei due forni, per affermare il giorno dopo che il sistema tedesco porterebbe alla Grande Coalizione, cioè a un’alleanza tra i due partiti maggiori che taglierebbe fuori il centro dal gioco politico.
Dice Veltroni: “Immaginiamo di applicare il sistema tedesco, e supponiamo che alle prossime elezioni il Pd prenda il 32 per cento e la sinistra radicale il 9 per cento. Per arrivare a una maggioranza, dovremmo fare un accordo al centro: saremmo al paradosso di avere uno schieramento che va non più solo da Bertinotti a Mastella, ma si estende da Bertinotti a Casini”. E conclude: “Come facciamo a governare, con coalizioni persino più eterogenee di quelle attuali?”. Nemmeno lo sfiora, evidentemente, l’idea che in un caso del genere, raccogliendo tutto il centrosinistra poco più del 40 per cento e il centrodestra poco meno del 60, il problema di come governare non si porrebbe a lui. Ma come si può prendere sul serio un leader politico che affermi di attendersi dalle prossime elezioni, che auspica nel 2011, cioè tra tre anni, una così completa sconfitta del proprio campo? E che di qui alle elezioni tutto quello che pensi di fare per evitare la disfatta è una modifica della legge elettorale tale da permettergli di governare, evidentemente, con quel 32 per cento dei voti che suppone di prendere? E che pur essendo convinto di prendere il 32 per cento, da tempo insista nel sostenere che il Partito democratico dovrebbe presentarsi da solo alle elezioni?
Eppure sul serio va preso, Walter Veltroni, soprattutto quando si dice convinto che alle prossime elezioni, fossero anche nel 2011, il centrosinistra supererebbe appena il 40 per cento. Perché se pensa davvero di non poter fare proprio nulla, di qui al 2011, per evitare una simile sconfitta, non è difficile indovinare il seguito del suo ragionamento, che deve suonare più o meno così: tanto peggio, tanto meglio. Meglio cioè andare alle elezioni al più presto, scaricando la responsabilità della sconfitta su Romano Prodi (e sulle resistenze degli odiosi apparati, le rivalità personali dei dirigenti, le cattive condizioni metereologiche…). Elezioni imminenti, tra l’altro, impedirebbero la convocazione di un congresso del Pd. La guida del partito resterebbe dunque completamente nelle mani del segretario, con organi dirigenti interamente nominati da lui e con liste elettorali composte allo stesso modo. E così, all’indomani della sconfitta e sulle macerie del vecchio centrosinistra, si aprirebbe finalmente la nuova stagione veltroniana.
Se questa è la linea di Walter Veltroni – e non ne vediamo altre capaci di dare una spiegazione razionale del suo comportamento e delle sue parole – ciò significa, però, che tra il segretario e il suo partito si è aperto un enorme conflitto d’interessi. E la colpa, sia chiaro, non è certo del segretario. La causa di questa incresciosa situazione va cercata nel modo in cui quel segretario è stato eletto, con le mille liste “per Veltroni” in competizione tra loro, a mascherare una molteplicità di linee politiche che non si è voluto misurare apertamente nel confronto dinanzi ai propri elettori. Questo è il vizio di origine che ha prodotto l’attuale situazione. Una situazione sommamente paradossale. Veltroni, infatti, non sentendosi effettivamente il capo del partito di cui è segretario, si comporta ormai come un capo-corrente. Peggio: come il capo di una corrente di minoranza, che punta sulla sconfitta del suo partito per scalzarne il gruppo dirigente.
C’è un solo modo di porre fine a questo conflitto latente: il congresso. Goffredo Bettini sostiene che nel Pd ci sarebbe chi punta a “distruggere Veltroni”. E allora, si presenti Veltroni dinanzi al congresso con la sua vera piattaforma e la sottoponga al voto dei delegati, sfidando apertamente tutti i suoi possibili avversari interni a farsi avanti o a farsi da parte. Se vincerà, come appare verosimile vista la congenita renitenza alla leva dei potenziali sfidanti, nessuno potrà contestargli il diritto di mettere in atto i suoi propositi. E se poi l’obiezione fosse, per usare le parole di Salvatore Vassallo, che il congresso sono le primarie e le primarie ci sono già state, ebbene, si convochi allora l’assemblea costituente che alle primarie è stata eletta, come si convocherebbe in casi analoghi la platea congressuale. E lì si discuta apertamente, e si voti, la linea del partito.

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