
La finanziaria del governo potrebbe rappresentare se non altro una buona occasione per fare finalmente chiarezza, indicando agli italiani l’esito concreto di tante sofisticate e meno sofisticate teorie. E bene fa il Partito democratico a sottolinearlo, denunciando l’assurdità di una manovra che dinanzi alla crisi “mette le mani” nelle buste paga dei bidelli e non chiede un centesimo ai miliardari. Ma dovrebbe forse riflettere meglio sulla lenta costruzione del consenso attorno a questa falsa ideologia del non-intervento dello stato e della politica – attraverso le campagne martellanti della Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo e di tutti i grandi giornali sulla “casta”, sui costi della politica, sugli sprechi della pubblica amministrazione e sugli statali “fannulloni” – e dovrebbe farlo tanto più urgentemente dal momento in cui il suo vicesegretario, Enrico Letta, si appresta a ospitare nel suo “Nordcamp” Carlo De Benedetti, editore di quel gruppo Espresso-Repubblica che ha avuto un ruolo decisivo nel diffondere queste stesse parole d’ordine anche a sinistra. E che da tempo, prima sul Foglio e poi sul Sole 24 Ore, si rivolge direttamente a Tremonti per chiedere un deciso taglio delle tasse. “Dire meno tasse è di centrosinistra?”, si intitola non per nulla l’intervista a De Benedetti annunciata nel programma dell’iniziativa, che ricorda spaventosamente il titolo di quel saggio di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (“Il liberismo è di sinistra”) che già tanti danni ha fatto al Pd veltroniano nel 2008, al suo programma e alla sua campagna elettorale, contribuendo non poco alla successiva crisi d’identità e soprattutto al vero e proprio spiazzamento del partito dinanzi alla crisi economica mondiale.
Errare è umano, per carità. Ma perservare, dopo essere giunti a questo punto, più che diabolico sarebbe suicida.
