Le mani nelle buste paga degli italiani

Ancora una volta, in occasione della manovra finanziaria, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno ripetuto che il governo “non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”. Mai come in questa occasione dovrebbe però apparire chiaro a tutti il reale significato politico di un simile ritornello. Lasciando per un attimo da parte il tema del valore educativo, civile e culturale dell’espressione in sé – l’idea che il prelievo fiscale da parte dello stato sia equiparabile a una rapina – mai come oggi risultano evidenti le conseguenze pratiche che discendono dall’osservanza di un simile dogma, nel momento in cui il governo di centrodestra si appresta a “mettere le mani” sugli stipendi, sulle liquidazioni e sulle pensioni degli italiani. Come sempre, in politica, si tratta di una scelta. Se non temessimo di apparire volgari, diremmo proprio una scelta di classe. Ma il tema che meriterebbe una più attenta riflessione, da parte della sinistra, non è di carattere economico, né semplicemente di politica economica. Il tema è di carattere democratico, e riguarda il modo in cui nel sistema dell’informazione e nel dibattito pubblico si è progressivamente affermato, sotto le mentite spoglie di una presunta neutralità della tecnica, il dogma dell’intangibilità della leva fiscale. Non c‘è dubbio, per essere onesti, che gli errori compiuti dall’ultimo governo Prodi, in particolare con la sua prima manovra finanziaria varata dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa, hanno contribuito ad alimentare poderosamente questa campagna. Ma è altrettanto indiscutibile che questa campagna era già in atto da anni, e certo non per merito esclusivo di Silvio Berlusconi, che pure ne rappresenta senza dubbio il principale beneficiario politico.
La finanziaria del governo potrebbe rappresentare se non altro una buona occasione per fare finalmente chiarezza, indicando agli italiani l’esito concreto di tante sofisticate e meno sofisticate teorie. E bene fa il Partito democratico a sottolinearlo, denunciando l’assurdità di una manovra che dinanzi alla crisi “mette le mani” nelle buste paga dei bidelli e non chiede un centesimo ai miliardari. Ma dovrebbe forse riflettere meglio sulla lenta costruzione del consenso attorno a questa falsa ideologia del non-intervento dello stato e della politica – attraverso le campagne martellanti della Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo e di tutti i grandi giornali sulla “casta”, sui costi della politica, sugli sprechi della pubblica amministrazione e sugli statali “fannulloni” – e dovrebbe farlo tanto più urgentemente dal momento in cui il suo vicesegretario, Enrico Letta, si appresta a ospitare nel suo “Nordcamp” Carlo De Benedetti, editore di quel gruppo Espresso-Repubblica che ha avuto un ruolo decisivo nel diffondere queste stesse parole d’ordine anche a sinistra. E che da tempo, prima sul Foglio e poi sul Sole 24 Ore, si rivolge direttamente a Tremonti per chiedere un deciso taglio delle tasse. “Dire meno tasse è di centrosinistra?”, si intitola non per nulla l’intervista a De Benedetti annunciata nel programma dell’iniziativa, che ricorda spaventosamente il titolo di quel saggio di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (“Il liberismo è di sinistra”) che già tanti danni ha fatto al Pd veltroniano nel 2008, al suo programma e alla sua campagna elettorale, contribuendo non poco alla successiva crisi d’identità e soprattutto al vero e proprio spiazzamento del partito dinanzi alla crisi economica mondiale.
Errare è umano, per carità. Ma perservare, dopo essere giunti a questo punto, più che diabolico sarebbe suicida.

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