Transition Team

Gianfranco Fini ha chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’apertura formale di una crisi di governo, minacciando in caso contrario il ritiro di ministri, viceministri e sottosegretari di Futuro e Libertà. Da vari esponenti dell’opposizione, tuttavia, sono venute reazioni critiche, espresse per lo più con tono di sufficienza, come a dire: beh, tutto qui? Non si capisce che altro avrebbe dovuto dire Fini, per farli contenti. Più che chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, che doveva fare, sparargli?
Comunque si giudichino il percorso, la strategia e le ultime mosse del presidente della Camera, minimizzare l’accaduto non sembra proprio la scelta più saggia, da parte dell’opposizione, al di là delle ragionevoli cautele (da parte del Pd), delle comprensibili ambiguità (da parte di Fini) e di tutti gli elementi di tatticismo (da parte di tutti) che sono ovviamente più che leciti in una simile partita. Una partita che è ormai per la vita o per la morte. E non soltanto dal punto di vista dei singoli protagonisti, che difficilmente usciranno indenni da un’eventuale sconfitta, si tratti di Silvio Berlusconi, di Pier Luigi Bersani o dello stesso Fini. E’ il futuro del nostro sistema politico che è in gioco. Bersani l’ha detto più volte, ma spesso ha dato anche l’impressione di essersene dimenticato, o magari di non poterne trarre tutte le conseguenze, finendo così per oscillare tra posizioni opposte.
La verità è che si tratta, adesso sì, di “salvare l’Italia”. Di salvarla anche solo dalla più remota possibilità che grazie alla divisione degli avversari, e grazie a una legge elettorale scandalosa, Berlusconi si ripresenti e rivinca con un Pdl epurato di ogni dissidente e con la Lega come unico alleato. E così, anche solo con un terzo dei voti degli italiani, grazie al premio di maggioranza, ottenga la possibilità di eleggersi presidente della Repubblica, e soprattutto di manomettere i pochi elementi di equilibrio, le poche istituzioni di garanzia e i pochissimi contropoteri rimasti.
Questa è la posta in gioco, che Bersani ha più volte indicato come la minaccia della definitiva torsione populista e plebiscitaria del berlusconismo. Ma se così è, non si può più scherzare. Non è più tempo di piccoli calcoli di bottega, come quelli dei tanti esponenti dell’opposizione impegnati ogni giorno nel fare le pulci a Fini, alle sue contraddizioni, ai suoi passi falsi. Come i dipietristi e come i tanti giovani e meno giovani aspiranti leader del Pd e del centrosinistra, evidentemente più attenti alle sorti del proprio partito, della propria corrente o della propria futura candidatura, che alle sorti del governo e del paese. C‘è da invidiarli, se non altro per la serenità.
Inutile inseguirli. Su quella strada, per quanto Bersani vi si possa inoltrare, non sarà mai abbastanza. C‘è poco da fare: dinanzi alle contumelie lanciate da Matteo Renzi all’indirizzo del presidente della Camera, direttamente dalla sua convention fiorentina, impallidiscono perfino i giudizi di Gaetano Quagliariello. Come se non bastassero già Feltri e Belpietro.
Adesso, però, la ricreazione è finita. E bisogna essere chiari: la minaccia del “cappotto berlusconiano” è la principale minaccia allo stesso ordine costituzionale del paese, e impone pertanto alle opposizioni di tentare ogni strada, ogni mossa e ogni accordo possibile per cambiare innanzi tutto l’attuale legge elettorale. Ma non dipende certo dall’impossibilità, per gli elettori, di scegliersi i propri parlamentari. Questa è senza dubbio un’aggravante, ma non cambia la sostanza del problema, che dipende dal premio di maggioranza. E che non cambierebbe granché nemmeno con il ritorno al tanto decantato Mattarellum.
Non è più tempo di pierini e di professori innamorati delle proprie teorie. Qualsiasi legge elettorale costringa gli avversari di Berlusconi alla scelta tra presentarsi divisi e un’alleanza innaturale come quella che andasse da Nichi Vendola a Gianfranco Fini (o anche solo, e peggio, da Bersani a Fini) fa semplicemente il gioco di Berlusconi, rende più probabile la sua vittoria e cioè lo scenario di un “cappotto istituzionale” che non può lasciare tranquilla nessuna persona responsabile. Nemmeno a destra. E infatti, a destra, qualcosa si è mosso. Tutto si può dire, ma non che Fini non abbia fatto la sua parte: i suoi uomini si muovono ormai attorno a Berlusconi come il transition team di un nuovo governo. E’ la sinistra, invece, che non sta facendo fino in fondo la sua parte.
E’ venuto il momento di affrontare il problema, innanzi tutto nel Pd, isolando i mullah del maggioritario e i kamikaze del bipolarismo a tutti i costi, con la loro frenesia per il “modello americano”, la “governabilità” e la “democrazia decidente”, che rischiano di portarci dritti dritti al modello sudamericano di Berlusconi. Un presidenzialismo di fatto che è già oggi un mostro giuridico e politico, per responsabilità larghe e condivise, e che nessuno può ancora illudersi di addomesticare.

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