Quando Veltroni ha ragione

Ogni volta che ci capita di leggere – e negli ultimi tempi capita sempre più di frequente – lunghe, pensose e poliedriche interviste a Walter Veltroni su come il Pd potrebbe tornare vincente, è difficile trattenere un ingenuo moto di sgomento. Nessuno, dopo Corea del Nord-Italia 1-0 ai mondiali del 1966, avrebbe consultato il ct Fabbri per chiedergli consiglio su come vincere la coppa del Mondo a Messico ’70. Nessuno proporrebbe a Claudio Scajola una conversazione sulle opportunità del mercato immobiliare. Non si chiedono soluzioni oracolari a chi è stato parte del problema, o del disastro. Ma a Veltroni sì. A lui si chiede.
La paginata di intervista al Corriere della sera di tre giorni fa, la seconda firmata da Aldo Cazzullo in meno di un mese, si apre con questa frase dell’ex sindaco di Roma: “Ci sono volte in cui dispiace avere ragione”. A Veltroni verrebbe da chiedere quando pensa di aver avuto ragione nel passato recente. Quando nel 2007, da segretario del Pd, ha teso la mano a Berlusconi, contestato da Fini e Casini, chiamandolo al tavolo delle riforme? Quando ha scelto insieme a Fausto Bertinotti di accelerare la caduta del governo Prodi nella convinzione che si sarebbero spartiti in due il patrimonio di consensi dell’Unione? Quando ha toccato il 33 per cento alle politiche scippando un po’ di voto utile alla sinistra radicale, al prezzo di desertificare la coalizione? Quando ha scelto Di Pietro come alleato unico? Quando, pochi mesi dopo, ha detto che l’ex pm non conosce l’alfabeto della democrazia? Quando ha eletto in Parlamento Massimo Calearo? O quando ha perso cinque elezioni di fila? Sono state queste tutte occasioni di dispiacere?
Per ora dobbiamo accontentarci di sapere che Veltroni si dispiace di avere ragione perché le primarie milanesi sono andate come sono andate e nel documento dei 75 “c’è scritto che la perdita della vocazione maggioritaria del Pd può comportare rischi molto forti per il destino del partito del riformismo italiano”. Il nesso tra la vittoria di Pisapia e la perdita della vocazione maggioritaria non è facile da cogliere. Anzi, sembra una di quelle astruserie tipo la relazione tra il battito delle ali di una farfalla in Amazzonia e l’uragano chissà dove nel resto del mondo: non significa nulla, ma quanto suggestiona. Del resto, anche la definizione concreta di vocazione maggioritaria che Veltroni dà per l’occasione è singolare: “La cosa più grave che può accadere al Pd è dividersi tra chi sostiene che bisogna allearsi con Vendola e Di Pietro e chi con Fini e Casini. Solo il fatto che si discuta di questo contraddice il progetto originario, secondo cui dovevano essere gli altri a discutere se allearsi con noi”. Facile no? Per essere a vocazione maggioritaria al Pd basta seguire la strategia sulle feste del Moretti di Ecce bombo: ti fai notare di più se non vai. E se vai, meglio mettersi in disparte. Quando da te, Pd che solitario contempli l’orizzonte fuori dalla finestra, arrivano Vendola o Casini a chiederti di ballare, allora è fatta. Sei a vocazione maggioritaria.
Questo è Veltroni. Ha una capacità unica di riciclarsi vergine e ieratico nel dibattito. È capace di scrivere una lettera in agosto al Corsera rivendicando il primato della sovranità popolare e poi diventare poche settimane dopo su Repubblica il principale paladino dell’intermezzo tecnico-istituzionale. È capace di scrivere un libro per raccontare “le vigliaccherie che ho subito da segretario” e poi fermarne l’uscita perché non è più il momento opportuno per andare in libreria (possibile che un giornalista attento come Cazzullo non abbia impiegato due righe per chiedergli perché?). Lui – l’uomo che ha costruito la sua carriera sull’etereo, nel senso letterale – può permettersi di spiegare (sempre al Corsera, il 24 ottobre scorso) che il problema del paese è che la “televisione, la Rete, Facebook, sono i luoghi dove il mondo appare” anziché essere. Lui che ha composto le liste del Pd nel 2008 con operazioni di puro casting mediatico si scaglia contro i professionisti del genere, “L’Isola dei famosi” e il “Grande Fratello”, additati come prova provata della decadenza morale. Fino a puntare il dito sul problema dei problemi: “Le case piene di mobili Ikea e le strade percorse da persone con l’i-phone in mano. Un mondo terribilmente uniforme e omogeneo”.
Lasciamo stare il dramma di quei militanti del Pd che dormono su un letto Malm e conservano le fatiche letterarie dell’ex leader sugli scaffali Billy: scoprirsi così all’improvviso complici del regime che avanza non deve essere stato semplice. A Veltroni non viene chiesta nemmeno una parola di conforto per questi collaborazionisti inconsapevoli. Così come non gli viene chiesto un altro piccolo, piccolissimo particolare: caro Veltroni, ma come diavolo può esserci “una maggioranza silenziosa stufa di questo paese immobile e rissoso” – affermazione che fa anche da titolo all’intervista sul Corsera – se il mondo è così “uniforme e omogeneo”? Magari qualcuno glielo chiederà, la prossima volta che avrà avuto ragione.

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