La crociata contro i poveri

Da tempo Max Weber non è più di moda: la sua tesi sul legame tra “l’etica protestante e lo spirito del capitalismo” è sottoposta a critica da più parti, ulteriore segnale dell’eclisse di Dio dall’armamentario concettuale utile a dare ragione o almeno spiegare i meccanismi economici del mondo contemporaneo. Ma c’è una specie di odium theologicum nella nuova guerra ai poveri lanciata dai repubblicani in un’America che si appresta a celebrare il decennale di una data, l’11 settembre 2001, che l’ha ridefinita più di quanto essa non sia disposta ad ammettere.
Di recente i leader del Partito repubblicano (e del Tea Party che ne controlla l’agenda ideologica) hanno incominciato ad accusare delle cattive sorti dell’economia americana tutti coloro che non pagano le tasse perché sono troppo poveri (in America sono ufficialmente povere le famiglie di quattro persone con un reddito annuo al di sotto di 22.000 dollari). Ma nonostante una soglia di reddito minimo tragicamente artificiale, molto più bassa rispetto al reale costo della vita, quasi la metà degli americani (il 47% nel 2010) non guadagna abbastanza per essere in grado di pagare alcunchè di tasse. Invece di interrogarsi sulla sostenibilità di un sistema economico che spinge sempre più cittadini americani verso l’indigenza, la destra americana ha rilanciato l’accusa, classica, ai poveri di vivere sulle spalle del sistema del welfare finanziato dalle tasse di coloro che invece pagano le tasse. Ma come tutti sanno, pur facendo finta di non sapere, è da tempo che in America (e non solo) avere un lavoro non garantisce di vivere al di sopra della soglia di povertà. Il minimum wage è una finzione giuridico-economica, che ha applicazioni diverse tra i vari Stati americani, così come i diritti sindacali dei lavoratori, che sono diventati parte di un’archeologia industriale che compone il paesaggio architettonico e sociale dell’America profonda che non si vede mai in televisione e al cinema.
Assieme alla classe dei disoccupati e dei sottoccupati, è in crescita la classe dei working poor, coloro che pur lavorando a tempo pieno non riescono a mantenere sé e la famiglia: 45 milioni di americani (circa il 13% della popolazione) integrano la spesa o fanno la spesa con le tessere alimentari del governo o delle carità religiose; il numero dei bambini che vive in povertà è cresciuto di 4 milioni negli ultimi dieci anni; nel 2009 una media di 15 milioni di bambini ha ricevuto regolarmente tessere alimentari del governo (con un aumento del 65% dal 2000). La classe dei working poor in particolare è diventata il simbolo di una nuova fase storica. È finita quella lunga era rooseveltiana (Teddy prima e Franklin Delano poi) che aveva messo dei limiti al capitalismo selvaggio e alle crescenti disparità economiche e sociali. Quello che ci aspetta è una crescente ineguaglianza sociale, se non proprio un ritorno ai leggendari “robber barons”: l’ideologia sociale dei repubblicani di oggi sembra invocare un ritorno a fine Ottocento, quando in America praticamente non c’era imposta sul reddito, a tutto vantaggio del capitale industriale. Ma almeno un secolo fa c’erano i bagliori di speranza del “social gospel”; ma nel cristianesimo dell’America contemporanea, invece, domina la svalutazione dell’impegno politico per i poveri, a tutto vantaggio di una rivalutazione della beneficienza che non crea problemi a nessuno. Di questa fine del patto rooseveltiano tutti i candidati repubblicani alla nomination per il 2012 sono, in varie forme, volonterosi officianti. Nei dibattiti parlamentari degli ultimi due anni, ad ogni discussione sull’ipotesi di tornare a livelli di tassazione per i milionari almeno ai livelli dell’amministrazione Reagan, il mantra dei repubblicani è stato semplicemente: “It’s their money!”, sono soldi loro.
Di fronte alla bancarotta morale di un paese in cui tutte le graduatorie sociali (reddito, disoccupazione, istruzione, salute) sono stratificate per razza, stupisce vedere l’impotenza del “capitale morale” del paese (intellettuali, religiosi, capitalisti illuminati) di fronte al capitale finanziario e al controllo che esso esercita sulla politica. Un Warren Buffett che invoca tasse più alte per i miliardari come lui non fa primavera. Il fatto inquietante, per l’amministrazione Obama, è che la nuova guerra ai poveri si traduce per forza di cose in una guerra contro i neri e i latinos, proprio sotto gli occhi dell’amministrazione del primo presidente nero, Obama, che ha compreso fin dal primo giorno di non poter ergersi ad avvocato di neri e latinos che erano stati decisivi per la sua elezione. La nascita del Tea Party – al grido “riprendiamoci l’America” – ha intimidito ancor di più un presidente sempre troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Nell’America bianca, terrorizzata dalla prospettiva di perdere il controllo della sua egemonia grazie a dinamiche demografiche e migratorie impossibili da arrestare, la nuova guerra ai poveri è l’illusione di poter perpetuare un sogno americano che continua solo grazie all’incubo di una fetta crescente di povertà nascosta e, se possibile, ancora più colpevolizzata di quanto non lo fosse ai tempi di Max Weber.

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