Manovra politica

Partiamo dall’obiettivo. La manovra Monti è stata fatta per realizzare un consolidamento fiscale tale da consentirci di raggiungere il pareggio di bilancio già nel 2013. Tuttavia, a meno di credere alla favola della “contrazione espansiva”, è chiaro che un aggiustamento di tale entità, vicino a un punto e mezzo di pil, che si somma agli interventi già previsti dalle precedenti manovre del governo Berlusconi, avrà effetti molto pesanti sull’economia. Effetti di cui le pur grigie previsioni per il prossimo biennio non tengono ancora conto, e che con tutta probabilità vanificheranno parte dello sforzo, ponendoci di fronte alla scelta se varare dolorosi aggiustamenti già nel corso del 2012. D’altra parte, sappiamo che l’Italia aveva in questa circostanza margini di scelta molto ristretti: bisognava presentarsi al tavolo europeo in condizioni di minore debolezza rispetto ai mesi passati e convincere i nostri partner, la Germania per prima, del ritrovato controllo della finanza pubblica. La speranza, adesso, è che alle attestazioni di stima ricevute per l’operato del governo segua un sostegno più deciso da parte della Bce sui titoli italiani e spagnoli, tale da ripristinare condizioni minime di fiducia sui mercati. Se ciò non avverrà, e i primi segnali purtroppo non fanno ben sperare, il rischio è quello di avviarsi verso una spirale greca, ovvero una rincorsa tra manovre restrittive e recessione che potrebbe condurci rapidamente all’insolvibilità. Un esito drammatico, ma che rientra a questo punto tra le possibilità.
Come sappiamo, la riduzione del deficit di bilancio verrà ottenuta puntando in modo preponderante su un aumento delle imposte, meno sul lato delle spese. È questo un effetto inevitabile della necessità di fare presto, perché è più facile introdurre nuove imposte che intervenire sulla spesa in modo selettivo, e un nuovo intervento sulle spese con l’accetta – dopo la lunga serie di tagli lineari già operati da Tremonti, con gli effetti deleteri che ogni famiglia italiana ha potuto constatare, ad esempio sulla scuola – sarebbe stato obiettivamente impensabile.
A questo proposito, ci sembra il caso di rilevare che l’affermazione spesso ripetuta sulla preferibilità, dal punto di vista dei suoi effetti sull’economia, della riduzione delle spese rispetto all’aumento delle imposte è un’affermazione discutibile. A parte l’ovvia considerazione che c‘è spesa e spesa (e c‘è imposta e imposta), essa si basa sull’indimostrata tesi per cui vi sarebbe una relazione negativa tra dimensione della spesa pubblica e crescita.

In generale, il governo si è mosso in coerenza con le ricorrenti raccomandazioni di organizzazioni come l’Ocse o il Fondo monetario o anche la Commissione europea. Tra le altre, quella di orientare il mix di imposte in senso più favorevole alla crescita spostando il carico fiscale da impresa e lavoro verso consumi e proprietà immobiliare. Le due principali fonti di entrata previste sono infatti il cospicuo aumento delle entrate dalla tassazione immobiliare e l’aumento dell’Iva (due punti a partire dal settembre 2012). Non è stata invece aumentata l’imposizione sul lavoro, mentre è previsto uno sgravio fiscale sui redditi di impresa. Tale sgravio ha molto opportunamente assunto la forma di un incentivo mirato alla capitalizzazione e all’investimento, realizzato attraverso l’adozione di un sistema – noto come Ace (Allowance for Capital Equity) – che riprende la logica della Dual Income Tax introdotta dal primo governo Prodi negli anni Novanta e poi smantellata da Tremonti. Accanto a questa riforma, una riduzione della componente Irap sul lavoro, che dovrebbe ridurre il cuneo fiscale e incoraggiare quindi l’occupazione.

Il capitolo immobili è di estrema rilevanza quantitativa. Alla revisione dell’Ici (che d’ora in poi si chiamerà Imu) è affidato un aumento di entrate di ben 11 miliardi, più di un terzo delle maggiori entrate. Si tratta di un provvedimento atteso e necessario, che corregge un’anomalia del nostro sistema tributario, attua una redistribuzione tra generazioni a favore dei giovani e ha limitati effetti distorsivi sull’attività economica. Ricordiamo che gli immobili rappresentano quantitativamente la principale forma di ricchezza del paese e che la loro distribuzione è fortemente correlata al reddito. Un aumento di questa forma di tassazione avrà quindi effetti positivi sull’equità.
Resta da risolvere il problema dell’aggravio di imposta per individui a basso reddito. Un aumento dell’imposta sugli immobili si sarebbe dovuta accompagnare – così indicava per esempio la proposta fiscale del Pd – a una riduzione dell’imposta sui redditi bassi. Ci auguriamo che il governo possa quanto meno aumentare la fascia di esenzione, limitando la tassazione alle abitazioni di maggior valore o alle seconde case.

I punti più discutibili della manovra riguardano però il grado di progressività degli interventi, la lotta all’evasione fiscale e le misure sulle pensioni. Qualcosa di più si sarebbe potuto e dovuto fare riguardo alla tassazione dei patrimoni di maggiore entità e soprattutto all’imposta sui redditi. Dopo decenni di progressivo abbassamento dell’aliquota massima sul reddito, l’onda lunga del pensiero reaganian-thatcheriano sembra esaurita anche su questo fronte, e si può forse considerare un aumento oltre l’attuale 43%. Per quanto riguarda la lotta all’evasione, va salutata con favore la riduzione del limite di tracciabilità a 500 euro, ma si sarebbe potuto pensare anche a limiti più bassi; il richiamo alle difficoltà di ricorrere a forme di pagamento elettronico appare sempre di più come una foglia di fico.
Quanto agli interventi sulle pensioni, che rappresentano di gran lunga la principale voce di risparmio di spesa, consistono in un progressivo smantellamento delle pensioni di anzianità, misura che riguarderà la coorte prossima alla pensione, e il blocco delle rivalutazioni all’inflazione per tutte le pensioni che eccedono una soglia minima.
Sui trattamenti di anzianità si dovrebbe tener conto, oltre che della questione di equità, delle necessità di riforma strutturale e ammodernamento della nostra struttura produttiva e della pubblica amministrazione; in molti settori la permanenza di lavoratori anziani rischia di essere un elemento di rigidità ben più rilevante del tanto discusso articolo 18. Per quanto riguarda la mancata rivalutazione delle pensioni, che tanto più in presenza di un incremento dell’iva si traduce in un’imposta surrettizia sui pensionati, c‘è da decidere quanto sia ragionevole l’argomento (più o meno esplicitamente avanzato nel dibattito di questi giorni) per cui si tratterebbe di compensare l’eccessiva generosità del sistema pensionistico in vigore nel passato.

Escludendo l’indicizzazione si sta in effetti modificando il “patto intergenerazionale” alla base del sistema pensionistico, e la cosa rischia di non essere priva di effetti sulla sua credibilità complessiva. Quella sul valore della parola data dallo Stato, pur nella profonda diversità dei contesti, non è molto diversa dalla giustificazione spesso utilizzata per opporsi alla tassazione sui capitali scudati. Rispetto a quest’ultimo punto il governo ha rotto il tabù; ma se è così, perché non andare oltre il misero 1,5%?
A questa domanda il ministro Grilli ha dato a Porta a Porta una risposta netta: “1,5 o 3 per cento è una scelta politica”. Appunto. La stessa scelta che impedisce di mettere all’asta le frequenze che il governo precedente voleva di fatto regalare a Rai e Mediaset, rinunciando così ad alcuni miliardi per le casse dello stato. Questo sì un costo della politica davvero inaccettabile, che nessuna campagna diversiva sulla “casta” potrebbe nascondere.

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