Biasco e i ripensamenti del blairismo

Dopo Per una sinistra pensante (Marsilio), Salvatore Biasco continua la sua meritoria battaglia per ricostruire il senso critico della sinistra con Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra (Luiss University Press). Il cuore del volume è probabilmente nelle pagine 48-64, in cui l’autore spiega, confutandoli, i “perché dell’affermazione” neoliberale dopo decenni di egemonia incontrastata della linea opposta, quella della “riforma del capitalismo”. Fra le altre cause, Biasco indica la presidenza di Reagan che riesce a fornire al mondo “un motore per la crescita”, dopo i tempi di “crescita a singhiozzo” seguiti alla fine dell’apparato regolativo e stabilizzante di Bretton Woods. In anni insomma in cui i paesi europei, per vari motivi politici e macroeconomici non “hanno voglia di rischiare riedizioni delle politiche macroeconomiche attive”, gli Stati Uniti paiono possedere un’imprevista vitalità dopo che tutti ne avevano atteso il declino.

Tale vitalità fu propagandata e presentata come conseguenza diretta delle politiche neoliberali, dalle basse tasse alle “regole leggere”, dall’indebolimento dei sindacati alla flessibilità. Un paradigma accolto acriticamente anche da buona parte della sinistra europea. Del resto la forza dell’apparato neoliberale anglosassone sta anche in un intreccio di interessi fortissimi, che si autoalimenta finanziando fondazioni munifiche, che sostengono carriere universitarie, le quali selezionano a loro volta molte altre carriere, fino alla formazione di una pletora di esperti, commentatori e chierici neoliberali. Con l’effetto finale che in Italia persino politici provenienti dalla tradizione del Pci, nel novembre del 2011, giungevano a sostenere che il programma del centrosinistra italiano dovesse essere la lettera della Bce.

Tra le altre ragioni alla base dell’egemonia neoliberale, Biasco ricorda l’inerzia delle élite europee, in parte figlia della gratitudine nei confronti degli Stati Uniti che si assumevano il ruolo di propellente della globalizzazione. Ne è corollario materiale la great moderation, ovvero quell’effetto combinato di enorme e molteplice indebitamento anglosassone che non sfocia in inflazione grazie ai costi bassissimi delle importazioni dai Brics e grazie al declinare dei costi salariali nei paesi occidentali sviluppati. Un sistema che quindi pareva non conoscere contraddizioni né limiti. Terza ragione del successo ideologico neoliberale, il fascino (persino “l’eleganza formale” e “matematica”) dei paradigmi che pongono al centro “l’interesse individuale”, cioè quelle ideologie capaci di escludere “la decisione collettiva e discrezionale, ovvero la politica”.

Ci pare una ricostruzione impeccabile. Ma in un recente incontro per la presentazione del libro, Massimo D’Alema ha rigettato la tesi della subalternità culturale della sinistra di allora. A suo giudizio il punto è che il modello sociale europeo era “entrato in crisi”, c’erano insomma “condizioni oggettive” e ineludibili che imponevano di cercare nuove strade. La lettura di Biasco peccherebbe dunque di “soggettivismo”: una visione della storia in cui i fatti accadono perché qualcuno “ha tradito”. Al centro della polemica sta  il capitolo 3, in cui Biasco descrive “l’impatto dell’orizzonte culturale neoliberale sull’apparato di pensiero dei partiti socialisti e democratici”. Un caso illuminante, in particolare, è riportato a pagina 56, dove si spiega che a poco vale, da parte di chi ha guidato la sinistra intorno al 2000, invocare la “condizione oggettiva” della non praticabilità delle politiche della domanda. Biasco risponde infatti che le politiche dell’offerta possono benissimo includere istituzioni e consumi pubblici, dalle infrastrutture all’investimento nella scuola (a cominciare dagli edifici), alle spese in conoscenza e politiche attive per il lavoro. La sinistra avrebbe potuto perseguire quindi politiche dell’offerta perpetuando la scelta dell’azione e dei consumi pubblici, che peraltro si incrociano a un certo punto con una maggiore vitalità anche della domanda. Invece la politica dell’offerta di quegli anni è stata la flessibilizzazione del lavoro, che né si incrocia con una maggiore domanda (perché deprime i salari) né stimola l’investimento in conoscenza (perché agisce sui costi e sull’investimento non strategico).

Inoltre, in Italia e non solo, si è percorsa la strada opposta all’aumento dei consumi pubblici di carattere produttivo, con le grandi privatizzazioni. Si è insomma determinata una vera mutilazione dell’azione politica a favore dell’offerta, che è poi una delle direttrici più fruttuose della politica socialdemocratica, che a conoscerla nella storia e fuori dal sentito dire non utilizza affatto prevalentemente né particolarmente la domanda da deficit pubblico. Biasco fornisce però un ulteriore elemento alla critica delle vecchie (e ancora troppo attuali) idee della sinistra. A pagina 49, infatti, ricostruisce puntualmente in che modo gli Stati Uniti abbiano esercitato la funzione di “motore della globalizzazione”: ricorda la crescita della spesa e del deficit pubblico (dovuta anche al regime fiscale adottato), l’indebitamento delle famiglie (dovuto all’impoverimento dei redditi da lavoro) e ricorda come l’insostenibilità di una simile costruzione, non per niente fragorosamente esplosa nel 2008, sia stata mascherata dalla grande richiesta globale di dollari generata proprio dai deficit sovrapposti.

In ultima analisi, Biasco ci fornisce due argomenti (uno dal lato dell’offerta e uno dal lato della domanda) contro la tesi di una “crisi oggettiva” del modello sociale europeo. La sinistra avrebbe quindi potuto contrastare l’ideologia avversaria in due modi: a) approfittando in senso “socialdemocratico” della globalizzazione, e quindi innovando tramite politiche pubbliche che, laddove adottate (specie nei paesi nordici), hanno prodotto competitività e reale innovazione, non chiacchiere sulla “economia della conoscenza”; b) convincendo specialmente Schroeder a non aprire il mercato del lavoro tedesco, con la sua Agenda 2010, a vastissime zone di bassissimi salari. Si sarebbe così utilizzato davvero il nocciolo del libro Bianco di Delors, ovvero di un socialdemocratico di quelli non intellettualmente acquattati vicino all’avversario. E soprattutto l’Europa avrebbe potuto contare su una crescita autonoma (meno soggetta al crack inevitabile delle fole neoliberali) e anche carica di innovazione. Siamo sicuri che anche la Cina avrebbe apprezzato, visto che ai paesi Bric interessano motori e mercati di esportazione se possibile sani, e non necessariamente sospinti dalla finanziarizzazione da debito angloamericana. Soprattutto, sono poco utili all’ascesa dei nuovi paesi industriali i mercati prima rachitici e poi moribondi sul tipo della Ue dei parametri di Maastricht e della “austerità espansiva”.

A tutto questo va aggiunto un argomento: la rapida crescita dei salari cinesi, ovvero la condizione temporanea e sempre meno rilevante dei problemi di competitività derivanti dagli alti salari europei. Difendendo questi ultimi, assieme ai diritti dei lavoratori, la sinistra avrebbe insomma non già affossato se stessa e l’Europa, ma gestito in modo alternativo, più sostenibile e sano un periodo della globalizzazione non definitivo, garantendo così una base di consenso sociale alla Ue e a se stessa invece che allo United Kingdom Indipendence Party, agli etnopopulismi o a Beppe Grillo.

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