Il bandito e il piagnone

In garage ho una Bottecchia in carbonio, disegnata per il ciclismo su strada: rossa, leggera, scattante. La tengo lì, poggiata contro un muro. Ogni tanto, quando all’imbrunire ho un po’ di tempo e qualche malinconia, scendo giù, la guardo immobile, la accarezzo, le conto i raggi delle ruote ad uno ad uno, le parlo. Le racconto che qui, in giro, di piste ciclabili non ce ne sono, e che di finire sotto le ruote di un camion non mi va. L’ultima volta mi è sembrato che si scuotesse. Sono anzi sicuro che avrà pensato: guarda che tempi! Io sono stata fatta per strade polverose e sconnesse, mi mangerei viva l’asfalto e se ogni tanto finissi per terra, sul ciglio della strada, non protesterei nemmeno, e questo signorino vuole la piste ciclabili, e magari si infastidisce pure se gli va in faccia una zaffata di smog! Prima si correva «per rabbia o per amore», ora per consumare il colesterolo in eccesso!

Quando la mia bici mi ha citato Il bandito e il campione ho avuto un sobbalzo. Come sarebbe? Francesco De Gregori non sta con me, dalla parte giusta? Non ha forse un’impeccabile coscienza ecologista? Non è un salutista convinto? Con le biciclette è difficile discutere e perciò non ho insistito, ma quando l’altro giorno è uscita l’intervista di De Gregori al Corriere m’ha preso un colpo: «La sinistra è un arco cangiante che va dall’idolatria delle piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo». Idolatria delle piste ciclabili? Ma i bambini, la sicurezza, il casco obbligatorio? Le domeniche senza auto pedalando per una città finalmente riconquistata ad una misura autenticamente umana? Qualche deputato democratico, non so se deluso o indignato, ha preso carta e penna e ha risposto per le rime: caro il mio cantautore, tu dici che la sinistra è cambiata ed è irriconoscibile, ma pure tu non scherzi. Il De Gregori di una volta queste cose non le avrebbe mai dette.

Ora, io non so se queste cose un De Gregori d’antan le avrebbe o non le avrebbe dette. E per la verità, a pensarci, se volessi sentirmi deluso anch’io per le sue parole, forse mi attesterei più sulla difesa del sindacalismo vecchio stampo che su quella delle piste ciclabili, visto che addosso al primo danno ormai un po’ tutti, mentre addosso alle seconde quasi nessuno. Forse ha ragione la mia bici, insomma, anche se non è facile discutere con lei. Ma in verità quel che davvero non è facile è mettersi di traverso rispetto ai luoghi comuni che impestano il dibattito pubblico. Perché la presa di distanza di De Gregori dalla sinistra in cui non si riconosce più è una presa di distanza dalla maniera in cui la sinistra si è definita in questi anni, senza mai urtare contro parole scomode, cocciute, spiacevoli. Direi di più: l’intervista di De Gregori sembra andare contro la (presunta) buona coscienza della sinistra, cioè contro la pretesa di essere di sinistra «in coscienza», comunque vadano poi le cose davvero.  Pretesa bizzarra, se almeno ha ancora un senso quel vecchio detto marxiano per cui prima della coscienza viene la trama dei rapporti sociali, da cui quella dipende. E invece no: la sinistra si definisce sempre più in termini di coscienza e di valori, che sono sempre buoni, nobili, ideali. Una volta si diceva invece che sono per anime belle, quelle che non hanno nulla da rimproverarsi perché sono per le piste ciclabili e contro il colesterolo (e ovviamente contro tutte le porcherie di Berlusconi), e che però il corso del mondo grazie a queste intransigenti prese di posizioni non lo smuovono neanche un po’. Ci svolazzano sopra leggere e immacolate, avendo sempre ragione, ma senza aver mai provato davvero a fare incrociare le loro ragioni con i conflitti reali. Avendo anzi sostenuto che conflitti non ce ne sono più: siamo o non siamo tutti per le piste ciclabili e l’alimentazione sana? E allora: di quali conflitti dovremmo parlare? E così, siccome abbiamo sempre tutti indiscutibilmente ragione, De Gregori ha fatto quella cosa che diceva Bertold Brecht: s’è seduto dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati.

Perché poi ha torto per davvero: slow food e passeggiate ecologiche sono importanti. E, se non bastasse, ha torto anche su cose ben più importanti, come sulla Costituzione, che non meriterà difese puramente retoriche e non sarà la più bella del mondo, ma scadente non mi pare proprio che sia. Non è però spuntando questo o quel tema, o misurando la distanza dall’agenda del partito democratico, che va letta questa intervista. È invece per il palese fastidio per una sinistra indignata e inconcludente, che da vent’anni non trova il terreno giusto per fare le sue battaglie, è per quello che l’intervista va letta e meditata con cura.

E quando De Gregori infine dice che solo un’anima semplice poteva pensare che «l’Italia che resiste» di un suo celebre verso possa avere qualcosa a che fare con lo slogan giustizialista «resistere resistere resistere», è lì che sobbalzi di nuovo e, a torto o a ragione non importa, ti chiedi cosa mai sarà che ti fa venire la voglia di lasciare la bicicletta al muro e chiedere a De Gregori se gli va ancora di camminare a sera, insieme, e parlare del futuro.

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