L’antieuropeismo tecnocratico

Ogni estate conosce il suo tormentone, un ritornello che risuona ossessivo tra ombrelloni e creme solari. Meglio se in una lingua straniera, così da non sapere quali scemenze si stanno cantando. Come dimenticare la hit del 2011? Spread! Italia e Spagna boccheggiavano sui mercati finanziari. Gli investitori erano nel panico, la vendita su larga scala dei titoli pubblici di Italia e Spagna faceva salire il costo del loro debito, rendendo la bancarotta un’ipotesi sempre più auto-avverante. Il solo dubbio sembrava essere quale dei due paesi avrebbe seguito per primo le orme di Grecia, Irlanda e Portogallo.

Due anni fa, il 5 agosto di un’estate finanziariamente caldissima, il governatore della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, e quello in pectore, Mario Draghi, inviavano al governo Berlusconi una lettera (resa pubblica il 29 settembre dal Corriere della Sera), nella quale si elencavano le riforme che l’Italia avrebbe dovuto sottoscrivere per “ristabilire la fiducia degli investitori”. Capovolgendo la consueta prassi democratica (nella quale sono i parlamenti eletti dal popolo a indicare alla banca centrale le linee guida della politica monetaria), i due governatori richiedevano essenzialmente tre misure: liberalizzazione del mercato dei beni e del lavoro, introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione nazionale, snellimento della pubblica amministrazione con l’eliminazione delle province. Trichet e Draghi si spingevano a indicare dettagliatamente le modalità e i tempi con cui l’Italia avrebbe dovuto adottare l’agenda Bce: il governo italiano avrebbe dovuto varare un decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro settembre 2011. In conclusione del documento, la formula “confidiamo che il governo assumerà le azioni appropriate” dava al testo il sapore  di un messaggio intimidatorio, piuttosto che l’aspetto di una serie di raccomandazioni di policy.

Quel che è successo dopo è già storia. In autunno, la caduta del governo Berlusconi con lo spread ai massimi storici e i gridi di allarme della Confindustria (“Fate presto!” titolava a caratteri cubitali il Sole 24 Ore il 10 novembre). La nomina di Mario Monti a senatore a vita, la formazione di un governo tecnico che si propose in massima parte di adottare come programma quanto indicato dalla Bce nella lettera di agosto.

Da questo punto di vista, i risultati del governo Monti devono avere deluso i suoi iniziali sostenitori. L’abolizione delle province è stata effettuata in un modo poi giudicato incostituzionale. La pubblica amministrazione non è stata riorganizzata secondo criteri di produttività: il congelamento delle retribuzioni e il blocco del turnover ha riguardato in modo indiscriminato tutto l’apparato statale. Liberalizzazioni e privatizzazioni non vi sono state. La riforma Fornero del mercato del lavoro è riuscita nel difficile obiettivo di scontentare sia i lavoratori che gli imprenditori. Il pareggio di bilancio è stato sì recepito nella Costituzione, ma nella cornice paneuropea del Fiscal Compact e avrà carattere vincolante solo a partire dal 2015.

Nel frattempo, a dicembre 2011 e a febbraio 2012, la Bce di Draghi lanciava massicce operazioni di acquisto dei titoli di Stato italiani ed europei (Ltro – Long Term Refinancing Operations), iniettando liquidità nelle arterie esangui del sistema finanziario europeo. Si stima che solo le banche italiane si siano rifinanziate presso la Bce per una cifra superiore ai 100 miliardi di euro, con obbligazioni in scadenza a tre anni. Lo spread tra i buoni del Tesoro e i titoli pubblici tedeschi si è dimezzato e stabilizzato intorno ai 300 punti base. Sul fronte commerciale, il crollo delle importazioni e il conseguente ritorno in positivo delle partite correnti (per la prima volta dal 1999, anno di introduzione dell’euro) hanno rappresentato un’ulteriore fonte di ossigeno, seppur piccola, per il sistema bancario italiano.

È difficile non cogliere un forte nesso di causalità tra gli interventi della Bce e la successiva stabilizzazione del sistema bancario europeo. Più debole, se non irrilevante, l’impatto delle politiche del governo Monti – e cioè di quelle stesse politiche chieste a gran voce da Francoforte – nel risolvere la crisi di liquidità delle banche italiane.

In questi due anni, tutti i paesi coinvolti dalla crisi hanno adottato politiche di austerità fiscale che comprimono i consumi. Per sopravvivere al calo della domanda interna, le imprese sono costrette a riorientare le proprie vendite su mercati non-europei che ancora registrano tassi di crescita elevati. Il risultato è la progressiva marginalizzazione del mercato unico europeo. Le esportazioni italiane extra-Ue (16 miliardi di euro) hanno ormai raggiunto la quota dell’intra-Ue (17 miliardi) e si tengono in corsia di sorpasso. Anche per la Germania è sempre più importante la domanda dei Bric rispetto a quella dei disastrati Piigs. Il processo di dis-integrazione dei mercati europei è in corso anche a livello finanziario. In assenza di condivisione del rischio bancario a livello Ue, la liquidità garantita dalla Bce alle banche europee ha permesso a queste di guadagnare tempo per vendere i titoli dei paesi a più alto rischio di insolvenza, riorientando il proprio portafoglio verso asset per lo più nazionali, in quanto più sicuri.

Se in teoria l’unione monetaria doveva favorire una maggiore integrazione commerciale e finanziaria nel continente europeo, l’attuale gestione della crisi da parte delle istituzioni comunitarie e dei governi nazionali restituisce un’Unione europea in cui gli stati si ritrovano a seguire strategie di sviluppo individuali e in competizione tra loro, ma senza la flessibilità accordata da politiche monetarie e fiscali pienamente sovrane, come accade nel resto del mondo. Questo, in sintesi, è l’allarmante paradosso della crisi dell’euro. Ma temiamo che nel breve periodo nessuna lettera della Bce spiegherà come conciliare interessi nazionali divergenti in un’unione monetaria sempre più stretta.

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