Foto di Norto Méndez

La storia d’Italia nel Nuovo Cinema Grillino

Quando ero giovane, negli anni novanta, cercavo di evitare la parola “patria” e, appena la sentivo in bocca a qualcuno, mi si azionava il rilevatore automatico di retorica e souvenir del ventennio. C’è stato però un momento in cui la parola “patria” ha ricominciato a circolare, con una certa titubanza, riacquistando una sua forza identificativa, prima in senso dolente (la Povera patria di Battiato), e poi in una Grande Madre primordiale a cui fare finalmente ritorno, dopo avere attraversato le terre oscure dominate dalla Casta.

Oggi Patria è il titolo di un film di Felice Farina – ispirato al libro omonimo di Enrico Deaglio – con Francesco Pannofino e Roberto Citran, il primo fulgido esempio di un movimento espressivo teso a ripercorrere la storia di questo paese senza le lenti deformanti dell’ideologia e della contrapposizione politica, ma attraverso gli occhi sofferenti degli uomini onesti e di buonsenso, lontani dal potere e, per questo, distanti da ogni forma di corruzione politica e morale. Un movimento espressivo che rivaluta e valorizza il cittadino onesto che combatte il potere, oscuro e corrotto, stabilmente insediato nelle istituzioni: il Nuovo Cinema Grillino.

L’espediente narrativo del film è quello di ripercorrere la storia italiana attraverso l’incontro di tre personaggi, dopo che uno di loro (Pannofino) sceglie di dare vita a una delle forme di protesta più eclatanti (ed efficaci) degli ultimi anni di crisi: salire sulle cose. Ciminiere, torri, gru, tetti, vengono letteralmente conquistati e occupati in nome di rivendicazioni politiche, sociali, salariali, senza però la minaccia di farsi precipitare, ma di restarci: restare appesi a quelle propaggini del mondo con cui si è entrati in conflitto, finché qualcuno non ci avrà ascoltati.

I tre protagonisti si ritrovano in cima alla torre di uno stabilimento, per attirare l’attenzione su un drastico piano di licenziamenti avviato dall’azienda, e aspettano. Aspettano che arrivi la televisione, che qualcuno chieda loro da dove vengono, cosa vogliono, perché si sono arrampicati fin lassù. Solo che di loro non importa niente a nessuno. La televisione li ignora, i colleghi non li seguono, e così trascorrono una notte in cui la reclusione verticale li costringe a confrontarsi con le proprie storie, in una specie di seduta psicanalitica ad alta quota. Cosa ci facciamo qui? Come ci siamo arrivati? E non solo su questa torre, ma a questo punto morto della storia italiana.

I protagonisti di Patria abbandonano le piazze, la protesta collettiva e orizzontale. Scelgono, invece, una protesta verticale: si staccano dai propri compagni, guardando dall’alto un mondo che li esclude, e così mettono in scena un confronto tra uomini solo apparentemente divisi dalle idee politiche e dalle rispettive visioni del mondo, in realtà profondamente legati dalla frustrazione verso un paese che li ha traditi. Le ideologie sono morte, la contrapposizione politica è un teatro, e l’unica vera lotta della contemporaneità è tra chi detiene il potere e chi ne viene escluso. Svegliamoci.

Siamo immersi nella retorica dell’antropologia grillina: l’uomo semplice, l’autocertificato onesto, che combatte il Potere corrotto che lo ha umiliato negli ultimi quarant’anni. È il recupero dell’italiano medio, che non va deriso, come nei film di Checco Zalone o di Maccio Capatonda, perché è nel suo buonsenso, nella sua onestà incontaminata che si trovano la vera forza e la speranza per questo paese. Non nella sua storia, non nelle sue istituzioni, ma nella genuina passione dell’uomo qualunque. Forse c’entra internet, e quella distorsione cognitiva chiamata “effetto Dunning-Kruger”, per cui non riconosciamo più i nostri limiti e sopravvalutiamo le nostre capacità. Distorsione che, a un certo punto, è esplosa, convincendoci che alle nostre buone intenzioni corrispondesse una superiorità morale e intellettuale, e che, per fare politica, servissero solo le competenze che già abbiamo. L’impegno è governo e il cuore è cassazione.

L’errore più grande che abbiamo commesso, davanti al trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle, è stato esserne sorpresi, immaginando che gli elettori si fossero sbronzati la sera prima delle elezioni e che, alla fine di quel baccanale, ottusi dall’alcol, si fossero mossi verso le urne, scegliendo all’ultimo istante di mettere una croce su Beppe Grillo. E invece, questo grillismo sentimentale, declinato nelle forme della retorica dell’onestà e della rivendicazione di un buonsenso superiore, allignava già nelle canzoni, nei libri, e anche in alcuni film insospettabili che, rivisti oggi, ci sembrano il germoglio di questo nuovo sentimentalismo. Se ne trova una traccia già nella Meglio gioventù, ma il germe del Nuovo Cinema Grillino esplode nella celebrazione anti-eroica del Risorgimento di Mario Martone.

Noi credevamo ha avuto il merito di sollevarci dalla retorica risorgimentale della toponomastica stradale, ma lo ha fatto raccontando un’Unità d’Italia monca, che non è stata l’affermazione di un desiderio di indipendenza, di modernità, di adesione a un’Europa che si strutturava politicamente, ma un tradimento del popolo. Un racconto che sostituisce la retorica risorgimentale con un assolutismo del sentimento, in cui il pensiero politico e la complessità sono un tradimento dell’Ideale Unitario. Il vecchio repubblicano Domenico (Luigi Lo Cascio), che vaga disorientato tra i corridoi del Parlamento, stordito come se gli avessero detto di essere il figlio naturale di Vittorio Emanuele, mentre in aula risuona la voce del traditore Crispi, è il gancio con la realtà contemporanea: quella visione dell’idealista sconfitto, tradito da chi si è seduto in quell’aula, e attorno alla quale costruire una nuova identità nazionale, cos’è se non la forza propulsiva con cui Grillo si è portato a casa un quarto dell’elettorato?

È antica in Italia la tentazione di ricostruire un’identità fondata sulla frustrazione, su un paese che non ci merita, su una storia corrotta e marcescente, trasferendo nello spazio pubblico un atteggiamento che sarebbe meglio riservare alle sedute dall’analista. Ma siamo davvero solo carne da macello, contadini da fucilare e teste mozzate da ostentare sulle picche lungo le strade? Cullandoci in questa idea, fondamentalmente autoassolutoria, rischiamo di vedere sempre più spesso film in cui la storia è rimodellata a immagine e somiglianza degli uomini di buonsenso, dimenticando che, con il buonsenso solamente, si fa una vita tranquilla, magari si copre qualche buca nell’asfalto, ma non si vince nemmeno una briscola in cinque, perché un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. Racconteremo un’Italia crudele e spietata, sarà la grande narrazione di un paese in cui esistono solo i corrotti e non i corruttori, e giudicheremo dall’alto di una torre da cui, forse, un giorno scenderemo, probabilmente senza avere ottenuto niente, ma avendo almeno gridato forte e chiaro, a quelli che stanno sotto, che noi siamo gli onesti. Sempre che, là sotto, sia rimasto qualcuno ad ascoltarci.

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