Il ponte della civiltà

I ponti sono luoghi romantici, a volte rievocano un passato di cui si sente nostalgia e in cui le cose sembravano più semplici. Il mondo era diviso in due blocchi contrapposti, attraversato dal brivido dell’equilibrio nucleare e i russi erano i cattivi. La guerra fredda che polarizzava il pianeta tra Mosca e Washington ha ispirato la letteratura e la cinematografia di mezzo secolo: era affascinante, romantica, e consentiva di raccontare un nemico definito e un conflitto sterminato tra armi nucleari, spie e lo spazio, mentre Berlino, tagliata in due dal muro, era un diorama geopolitico in cui le cose succedevano davvero.

Il ponte di Glienicke, che unisce Potsdam con un angolo di Berlino, corre sopra il fiume Havel, ed è uno dei simboli della guerra fredda: la congiunzione fisica di due mondi in conflitto e, per questo, era considerato un luogo strategico. Gli scambi di agenti segreti prigionieri erano una pratica comune, e molti avvenivano proprio su quel ponte. Tra questi, uno dei più celebri, è quello raccontato da Steven Spielberg nel suo ultimo film, Il ponte delle spie: lo scambio tra il colonnello sovietico Rudolf Abel e il pilota americano Francis Gary Powers. Un film rigidamente diviso in due parti, molto diverse tra loro: la prima è incentrata sull’arresto e il processo a cui fu sottoposto Abel; la seconda racconta la trattativa tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Germania dell’Est per lo scambio della spia con il pilota, in un dedalo di nebbia, neve e filo spinato. Un mondo sommerso dal ghiaccio che le due superpotenze si auguravano non si sciogliesse mai.

James B. Donovan è un avvocato che accetta la difesa della spia russa in un momento in cui la società americana è intossicata dalla paranoia anticomunista e dal terrore dell’atomica. Lo spionaggio sovietico aveva segnato duramente la fiducia degli Stati Uniti e i Rosenberg erano stati giustiziati solo quattro anni prima. Donovan assiste il colonnello Abel al meglio delle sue possibilità, convinto che persino una spia russa abbia diritto a un processo giusto, perché è quello che prevede la Costituzione e perché è consapevole che sarà l’intero sistema giudiziario americano a essere giudicato. La storia raccontata da Spielberg è ispirata al libro Strangers on the Bridge – in Italia è uscito per Garzanti come La verità sul caso Rudolf Abel – un diario molto dettagliato del processo e della trattativa diplomatica scritto dallo stesso Donovan. Nel film la scelta di Donovan sembra quasi casuale, ma la sua figura è molto più complessa.

Nato nel Bronx nel 1916, con studi alla Fordham University e alla Harvard Law School, durante la seconda guerra mondiale serve nella marina come comandante, entrando poi all’Office of Scientific Research & Developement, l’agenzia federale che si occupava di sviluppare la bomba atomica. Nel 1943 passa all’Oss, il servizio segreto statunitense, della cui divisione crimini di guerra diventerà capo. Fu Donovan a inviare unità dell’Oss per filmare la liberazione dei campi di concentramento, per poi utilizzare quel materiale nel corso del processo di Norimberga – in qualità di assistente del procuratore Jackson – come prova decisiva a carico dei gerarchi nazisti. La guerra finisce e Donovan torna a fare l’avvocato d’affari a New York, fino alla mattina del 19 agosto del 1957 quando, nella sua casa di Lake Placid, squilla il telefono. È il suo studio, che lo informa che è stato designato per difendere una spia russa appena arrestata dall’Fbi. La scelta non è semplice, come gli dice al telefono un giudice della Corte Suprema di New York: “Nessun avvocato ha mai accettato un cliente così impopolare da quando John Adams difese i soldati britannici per il massacro di Boston del 1774”. Alle nove di sera Donovan è su un treno diretto verso il colonnello Abel.

La sua linea difensiva fu chiara sin dalla prima conferenza stampa: aveva lavorato tra le spie e sapeva che anche tra loro si dovevano distinguere mercenari e patrioti. Su quale fosse la categoria a cui apparteneva Abel, Donovan non aveva dubbi. “Un’attenta distinzione dovrebbe essere fatta tra la posizione di questo imputato e persone come i Rosenberg e Alger Hiss”, disse. “Se le prove del governo sono vere, significa che, invece di avere a che fare con americani che hanno tradito il loro paese, abbiamo qui un cittadino russo che ha servito il suo paese in una missione estremamente rischiosa. Io spererei, come americano, che il governo degli Stati Uniti avesse uomini simili in missioni simili in molti paesi del mondo.”

Il secondo argomento decisivo della difesa fu quello con cui Donovan evitò la pena di morte, che nel film è raccontato come un dialogo privato a casa del giudice, mentre nella realtà fu usato davanti alla corte: nel futuro un americano di pari grado potrebbe essere catturato dalla Russia o da un suo alleato, e uno scambio diplomatico di prigionieri potrebbe essere considerato nel migliore interesse degli Stati Uniti. L’argomento funzionò e Abel fu risparmiato. Pochi anni dopo si verificò esattamente quello che Donovan aveva profetizzato e sarà lui a condurre da negoziatore indipendente (fino a un certo punto, la sera dello scambio era aperta una linea diretta con la Casa Bianca) la trattativa per lo scambio tra Abel e Powers. James Donovan portò il caso Abel fino alla Corte Suprema che, nonostante il clima politico, si spaccherà letteralmente, rigettando il suo ricorso con cinque voti a favore e quattro contrari, tra cui quello del Chief Justice, Earl Warren. Riportati a casa Powers e Frederick Pryor, Donovan potrà riposare solo pochi mesi. Sarà Robert Kennedy a consigliare il Comitato delle famiglie cubane per la liberazione dei prigionieri di guerra di incaricarlo per trattare direttamente con Fidel Castro. Donovan partirà – con la copertura del governo americano – per ottenere il rilascio di un migliaio di prigionieri della Baia dei Porci. Riporterà a casa alcune foto ricordo con Castro e oltre novemila persone, tra prigionieri e i loro familiari autorizzati a lasciare Cuba.

Il film di Spielberg racconta la guerra fredda ma si interroga sul presente, e i riferimenti all’America degli ultimi quindici anni sono evidenti. Quali diritti si possono riconoscere al nemico in una guerra di civiltà, e come deve reagire una società libera sotto l’attacco di un nemico mortale? È l’eterna difficoltà dello spiegare perché i diritti fondamentali di una democrazia debbano valere soprattutto nei confronti di chi secondo noi, istintivamente, non li meriterebbe. Perché la concessione di quei diritti non è un gesto di generosità ma è l’essenza di una società libera. La risposta che diede James Donovan è ancora lì, scritta nero su bianco nella conclusione della sua arringa davanti alla Corte Suprema Americana: “I nostri principi sono incisi nella storia e nelle leggi di questo paese. Se il mondo libero non è fedele al proprio codice morale, non rimarrà alcuna società a cui gli altri possano aspirare”.

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