Partiamo dalla domanda di Togliatti

Se prendessi oggi la parola in un’Assemblea Costituente, credo che non esordirei molto diversamente da come esordì Palmiro Togliatti nel suo discorso dell’11 marzo 1947: «La domanda alla quale dobbiamo dare una risposta è questa: quale Costituzione dobbiamo dare all’Italia? È evidente: quella di cui l’Italia, in questo momento particolare, determinato, concreto, della propria storia, ha bisogno». Trovo infatti che molte delle questioni che vengono poste con il referendum del 4 dicembre per un verso si sottraggono al tema – che è la riforma costituzionale, non altro – e, per altro verso, non si pongono il problema del «momento particolare, determinato, concreto» in cui cade l’opera di revisione.

Tre aggettivi, il cui accostamento doveva produrre – come nei buoni manuali di una volta – il giusto climax. Oggi saprei – credo – rinunciare alla figura retorica, ma non invece al primo parametro col quale misurare la riforma, e cioè la sua adeguatezza all’epoca storica. La modellistica, in materia di architettura istituzionale, offre infatti una ricca varietà di soluzioni, ma le decisioni politiche non vengono mai prese in astratto, bensì nella concretezza dei rapporti reali. Non lo sapeva il solo Togliatti: lo sapevano tutti i costituenti che elaborarono la carta del ’48. Ed è per questo che seppero trovare un punto di mediazione, nelle condizioni allora date.

Quel che oggi è dato è, ne convengono tutti, un altro tempo. Dietro di noi non ci sono il fascismo e la guerra di liberazione, ma la crisi della Repubblica e una transizione inconclusa. E intorno a noi ci sono oggi sempre meno possibilità, per la politica, di incidere sui processi reali. Questo è un tempo in cui le democrazie vengono sempre più facilmente sbalzate di sella da poteri di fatto, privi di legittimazione popolare, poteri che agiscono entro scenari globali che lo Stato nazionale fatica a contenere. Questi poteri non democratici condizionano, e sono sempre meno condizionati.

Vi è poi un’altra coordinata storica della quale pure non si può non tenere conto: la difficoltà, direi di più l’affanno in cui l’Unione europea e il nostro Paese versano. Una crisi economica e sociale prolungata, effetto di anni di recessione e di stagnazione, minaccia infatti di saldarsi a una crisi democratica. Più la politica balbetta, più si rivela inconcludente, e più diviene facile tirare la conclusione che la politica è il problema, non la soluzione, che gli istituti della rappresentanza costituiscono un orpello inutile e costoso, del quale, dopo tutto, è meglio sbarazzarsi. Il populismo, che si manifesta in tutto il continente (e, con Trump, anche al di là dell’Atlantico), in Italia si alimenta di motivi più specifici: la crisi dei partiti e delle culture politiche della prima Repubblica, le inchieste contro la corruzione. Ma proprio il fatto che la febbre populista consuma anche altri Paesi dà la misura di quanto la crisi minacci la tenuta stessa dei sistemi democratici.

Infine, quanto più nettamente si disegna il discrimine fra politica e antipolitica, tanto più sfuma la contrapposizione tra le formazioni politiche di destra e di sinistra, che si vedono chiamate a dare congiuntamente risposta alla sfida che viene loro portata dalle forze anti-sistema. Finiscono così con l’avvolgersi in un circolo vizioso: quanto più si avvicinano fra loro per far fronte ai populismi, tanto più perdono identità e credibilità, così alimentando l’antipolitica che provano a contrastare.

Questo circolo va spezzato. Sarebbe bello che lo si provasse a fare fin da subito, rinunciando a presentare il contenuto della riforma in termini di costi contenuti e risparmi realizzati. Non mi pare, d’altronde, che quando i costituenti adottarono la soluzione bicamerale la difesero come i fratelli Caponi: «Ma sì, fai vedere che abbondiamo!». La riforma dell’ordinamento della Repubblica è infatti per tutt’altre ragioni una necessità. È una necessità rendere il processo decisionale più chiaro e più incisivo; è una necessità ricostruire il rapporto fiduciario fra governo e Parlamento; è una necessità ridefinire i compiti dello Stato centrale e rimodulare i rapporti con le autonomie locali. Guardare a queste modifiche – la fine del bicameralismo paritario, il nuovo Senato, formato con le rappresentanze territoriali, dotato di diverse competenze e funzioni – guardare a questi punti di riforma, quelli sostanziali, come a un’involuzione autoritaria e non invece come a una proposta di ricostruzione del rapporto fra cittadino e istituzioni, oggi completamente sfilacciato, non significa solo lanciare un allarme ingiustificato, significa rinunciare ad affrontare il «momento particolare, determinato, concreto» che l’Italia attraversa. E perpetuare la convinzione che i mali della politica italiana stanno su un altro piano, morale, sul quale si può agire solo con le ramazze, i vaffanculo, e salve e salve di inchieste penali.

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